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Praefectus (di Camillo Naccari)
Gli articoli - I racconti
Giovedì 30 Giugno 2011 08:31

La giornata è pessima, ma questo non mi inquieta. I primi sei anni del mio governatorato sono stati peggiori, ma ciò che mi fa spavento in queste ore è la sensazione che stia per accadere qualcosa a cui non posso porre rimedio, non posso evitare che accada e, non posso fare a meno di restare in mezzo a piangerne le conseguenze, per sempre.

 

Da soldato tutto era più semplice, pur non fuggendo dalle responsabilità, facevo parte di una macchina ben oleata dove i pesi erano equamente distribuiti. Sarei rimasto nell’esercito a fare il mestiere del soldato, buscandomi qualche legnata ogni tanto e passando alla storia come uno dei tanti che hanno fatto la gloria di Roma. Invece, mi sono lasciato convincere da mia moglie, accidenti a me quando ho deciso di sposarla!

Mia moglie è Claudia Procla, nipote di Augusto e figlia illegittima di Claudia, terza moglie di Tiberio. E’ stata Claudia a farmi avere per vie traverse la nomina a praefectus, avrei potuto sognarmela a vita una carica di questo tipo. Lei è bella, intraprendente, spregiudicata, intelligente, quanto io sono brutto, indolente, riservato ed eternamente in dubbio sulle mie capacità. Claudia non ha mai avuto l’intenzione di fare la madre di famiglia, cerca grazie alle sue amicizie, di conquistarsi un posto comodo e tranquillo per fare quello che gli pare. Tiberio l’ha accontentata e mi ha fatto avere la più piccola, turbolenta, maleodorante, infida e polverosa provincia dell’impero. Sono governatore di Giudea, Samaria e Idumea, terra formata da gruppi etnici diversi, che si fanno guerra sempre per motivi religiosi, spesso costringendomi ad usare la spada per rimettere le cose a posto. Non c’è verso, sono delle teste dure e Tiberio si è anche divertito a spedirmi in questa cloaca, giocando un brutto tiro ad un signor nessuno. Così, mentre mia moglie si diverte con una delle sue tante amiche, io sono qui a cercare di risolvere l’ennesima rogna senza l’aiuto di alcuno.

Formalmente la mia autorità è soggetta al Legato di Siria, ma di fatto ho piena autonomia, con l’unica differenza che mentre il Legato di Siria ha truppe regolari e dorme sogni tranquilli io ho solo truppe ausiliarie. In questi anni, i miei legionari hanno acquisito esperienza nel controllo e contrasto dei tumulti, ma se dovesse scoppiare una rivolta ben organizzata, avremmo la peggio e per riparare al danno dovrei offrire la mia testa all’imperatore. Il mio predecessore, Valerio Grato, aveva piacere di nominare l’autorità religiosa, infatti nei suoi anni di governatorato ha nominato quattro Gran Sacerdoti, invece io me ne sono astenuto, tenendo l’ultimo nominato da Grato: Caifa.

Le loro questioni religiose non mi interessano, pur essendo teste dure hanno apprezzato questa linea e gli eventi di “crisi” sono notevolmente diminuiti, ma si riacuiscono quando fanno i furbi con l’erario, allora cerco di usare le mie doti diplomatiche. Fallito con quelle, si passa ai sistemi collaudati da Roma con successo, dopo torna tutto come prima. Caifa, a suo modo è un tipo che ha imparato a contrattare, apprezza il fatto che gli abbia lasciato ampia autonomia nelle questioni religiose e, sul resto tiene buoni gli animi dei suoi.

Marco, il mio luogotenente, fa del suo meglio per cercare di tenere sotto controllo la situazione, il più delle volte è tentato di risolvere certe questioni con il filo della lama, ma sta imparando ad entrare nei meccanismi che regolano i ragionamenti di questi parassiti. Abbiamo lasciato Cesarea Marittima due giorni fa, giunti a Gerusalemme non ci hanno dato il tempo di rinfrescarci i piedi, che con grande celerità Caifa ha chiesto udienza per questioni urgenti. Il primo giorno, l’ho lasciato dietro la porta e penso che farò così anche questa volta, quell’uomo ha la capacità di farmi chiudere l’appetito. Marco mi porge l’ultimo dispaccio, è di Claudia che mi avvisa che parte per Roma, così all’improvviso, chiamata da sua madre per questioni urgenti. Prendo un sospiro di sollievo, un problema in meno da gestire.

Marco freme, tiene la mascella serrata ed io so che ha un conto in sospeso con le canaglie di Caifa. Il mese scorso feci mettere nell’ex palazzo di Erode, degli scudi con il mio nome e quello dell’imperatore inneggiando alla divinità di Tiberio. Il fatto è stato letto come un oltraggio, in un agguato mi hanno accoltellato due soldati e Marco ha tinto di rosso le basole di Gerusalemme. Sono riuscito a fermarlo in tempo per concludere la solita mediazione con Caifa, ma se questa volta si verifica un accadimento simile avrò poco da mediare. Torno ad avvertire quella sensazione di ineluttabilità e sento un peso sulla schiena come se portassi addosso un macigno.

‹‹Voci?››, chiedo a Marco dandogli la possibilità di propinarmi una soluzione, questa volta definitiva, chiara, romana. Passeggio nel salone le cui mura riescono a tenere fuori l’afa e la polvere del deserto. Marco tace, dando alle parole che pronuncerà tra qualche attimo un tono definitivo retto da questo silenzio con cui mi anticipa già il suo pensiero.

‹‹Barabba. In sei anni ha sgozzato una dozzina dei nostri uomini, non vedo l’ora di staccargli la testa››.

‹‹Potrai staccargli tutto quello che vuoi, ma dobbiamo farlo senza fare scoppiare tumulti. Il Legato di Siria non vede l’ora di metterci in cattiva luce con Tiberio››.

‹‹C’è un’altra questione››.

‹‹Quale?››.

‹‹Un tale si sta proclamando re dei giudei, pare che abbia anche dei seguaci, di ciò vuole parlarti Caifa››.

Lo guardo, sospiro e passeggio in lungo e in largo per il salone. Caifa, vuole tirarmi dentro queste questioni senza capo ne coda. Gerusalemme è piena di gente che a scadenze mensili si proclama re, profeta, salvatore della patria. Quando il gioco non è più controllabile quel viscido di Caifa viene a chiedere l’intervento di Roma, quando invece è Roma a volerli civilizzare mi sgozzano gli uomini ed organizzano tumulti.

‹‹Riferisci a Caifa che i profeti di sventura sono compito suo››, non faccio in tempo a rispondere a Marco, che si spalanca la porta ed entra il vecchio maledetto vestito come un corvaccio nero.

Avrei voglia di mollargli un calcio nelle palle rinsecchite, ma mi atteggio come un distaccato e severo funzionario che rappresenta il divino volere di Tiberio.

‹‹Vedo che ormai ti ritieni intimo con l’autorità imperiale tanto da entrare senza essere invitato!››.

‹‹Perdonami, ma è una situazione di estrema gravità. Tengo alla amicizia tua e di Roma, non desidero che si verifichino episodi come quelli degli scudi››.

‹‹Spiegati!››.

‹‹C’è un apostata che afferma di essere il figlio di Dio, il re dei giudei!››, dice Caifa protendendo il lungo collo rinsecchito, mi allontano affinché il puzzo del suo alito non mi raggiunga.

‹‹Ti ho detto mille volte che non voglio essere coinvolto nelle vostre questioni religiose››.

‹‹Ha dei seguaci, sarebbe opportuno che tu controllassi››.

Il suo è un suggerimento sibillino, viscido, come solo Caifa sa fare, a Roma potrebbe competere con i peggiori dignitari di corte.

‹‹Va bene, portatelo qui voglio interrogarlo››.

‹‹E’ già qui, l’ho fatto arrestare dalle mie guardie››.

Gli lancio uno sguardo al veleno, Marco serra le mandibole, il vecchio sa bene che queste iniziative non sono a noi gradite, ma ogni tanto cerca di forzare la mano.

‹‹Adesso levati dai piedi, sarà Marco a portarlo qui››.

Caifa esce irritato, ma sopporta la mia mancanza di rispetto per il buon risultato ottenuto. Torno a passeggiare, mi rendo conto di essere nervoso, irritabile, stanco e non riesco a pensare a nulla mentre il peso sulle mie spalle aumenta, non riesco ad abituarmi a questo macigno. Mi fermo, lo vedo entrare, è un uomo alto di cui riesco a vedere la sua sagoma controluce mentre fuori il sole è diventato accecante, quando la tenda si chiude i suoi occhi mi rivelano la sua umanità e mi interrogano.

‹‹Tu sei il re dei Giudei?››, cerco di mettere il massimo grado inquisitorio nel tono della mia voce, ma non sono convinto e lui se ne accorge.

‹‹Dici questo da te oppure te l’hanno detto sul mio conto?››.

Ecco, mi ha preso subito in fallo, dicendomi che sono uno che lo sta interrogando e forse giudicando per sentito dire, ha ragione, avrei dovuto accertarlo io tramite i miei poteri, non certo affidandomi a Caifa. Provo ad essere conciliante.

‹‹Sono io forse Giudeo? La tua gente ed i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?››, chiedo pensando di ottenere notizie sulla fazione rappresentata da Caifa, se ottengo prove interessanti potrei liberarmi di Caifa e fare come Valerio Grato: nominare io l’autorità religiosa, Caifa mi ha proprio seccato.

‹‹Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù››, mi dice con voce calma, sembra volermi aiutare.

Bene, mi fa sapere che non sta mettendo in discussione l’autorità di Roma, questo mi conforta e mi da vantaggio su Caifa. E’ calmo, i suoi occhi azzurri mi fissano mentre passeggio per il salone grattandomi la barba, il mio nervosismo aumenta, non riesco a pensare che a Claudia, accidenti a lei quando ha avuto l’idea di farmi diventare prefetto. Questo è un pazzo, uno dei tanti pazzi che girano da queste parti e quel corvaccio nero di Caifa ne fa una questione di stato perché Roma ha tolto loro il potere di mettere a morte chiunque.

Provo ad assecondarlo: ‹‹Dunque tu sei re?››.

‹‹Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce››.

Ecco, Caifa ha trovato un concorrente temibile che riesce a filosofeggiare facendogli vacillare la poltrona. In un paese dove ogni gruppo religioso pensa di avere la verità in tasca, questo pensa di averne una al momento più credibile, magari riesce a farlo credere ad un discreto gruppo di fanatici e Caifa sente in pericolo la sua autorità. La verità: una verità è che non dovevo sposare Claudia, accidenti a lei quando ha avuto l’idea di farmi diventare prefetto! Vediamo fino a che punto riesce a filosofeggiare?

‹‹Che cos’è la verità?››, gli chiedo mostrandomi interessato alle sue teorie.

Passeggio per il salone, guardo Marco che sorride sognando già il sangue di Barabba, guardo lui che fissa nel vuoto e che non mi da nessuna risposta. Ha capito forse, che intendevo farmi gioco di lui? Allora non è pazzo? Di solito i pazzi se si vedono assecondati parlano, parlano, parlano e devi pagarli per farli tacere. Basta, ho deciso vado da Caifa per dirgli che non se ne fa nulla.

Esco nel cortile, la mia faccia è visibilmente adirata, mi pianto davanti ai sacerdoti.

‹‹Non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?››.

‹‹Non costui, ma Barabba!››.

I pochi capelli che ho mi si rizzano in testa. Caifa l’ha organizzata bella. Coinvolgermi in una questione religiosa, in una disputa tra pazzi! Rientro nel salone come un ossesso, non ragiono più, Caifa mi ha riempito il cortile di pazzi, non lasciandomi altra alternativa che passarli tutti per la spada con il rischio di creare un tumulto i cui echi potrebbero arrivare fino a Roma. Ordino a Marco di prendere il re dei Giudei per dargli una lezione, chissà che si calmino tutti e tornino a casa. Marco lo prende per un braccio, lui si lascia guidare, ma giunto a metà del salone gira il capo per guardarmi. Il suo sguardo sembra farsi scherno della mia figura ed accusarmi al tempo stesso di mancanza di coraggio. In un lampo capisco, ho una intuizione che non riesco a spiegare in modo razionale, il suo sguardo sembra esso stesso verità, mi afferra la coscienza lacerandola, facendola a pezzi, resto impietrito come una statua di sale. E’ un grido silente, un appello, una possibilità che non afferro in tempo mentre Marco lo porta via nel cortile. Alzo la mano come per fermarli, apro la bocca, ma non esce alcun suono e loro sono già fuori mentre sento aumentare il senso di oppressione sulle mie spalle. Sono rimasto fermo al centro del salone, eppure il suo sguardo è come se fosse ancora puntato sulla mia disgraziata figura, è una richiesta d’aiuto, è un richiamo alla giustizia fatto da chi che sembra sapere che un misero pezzo di ciò che rappresento può avere un pallido riflesso di giustizia. Guardo la mia mano che è rimasta ferma nel gesto silente di fermare Marco mentre trascinava via la verità dagli occhi azzurri, rifletto e in un momento di solitudine mi faccio pena. Dal cortile mi giungono ora le risa dei soldati, si divertono, ridono, urlano come meretrici in combutta. Dopo segue un silenzio carico di sciagura, è pesante, netto; feroce e bruciante mi arriva l’urlo della frusta sulle spalle del prigioniero dagli occhi azzurri. Il flagrum, lacera le carni, alle estremità vengono legati frammenti d’osso acuminati che strappano la pelle colpo dopo colpo, spezzano i vasi sanguigni, aprono dei solchi profondi che mutano la fisionomia del condannato mettendo a nudo i muscoli. Sento il suono lacerante della frusta e le urla di quello sguardo azzurro, sento i suoi occhi sofferenti puntati su di me, come per chiedermi un estremo esercizio di giustizia. E’ come se li vedessi davanti a me quegli occhi, qui in questo istante ed il suo sguardo mi lacera la coscienza peggio del flagello che lo fa urlare giù nel cortile. Corro, esco, il sole mi acceca, il mio slancio viene fermato dal parapetto della terrazza ed urlo.

‹‹Basta! Basta! Fermatevi!››, ansimo, sono sudato ed i miei legionari mi guardano come un auruspice che legge segni strani. Marco fa segno ai due fustigatori di farsi da parte. Le spalle e le cosce del prigioniero sono un ammasso informe di carne sanguinolenta. Marco lo slega dalla colonna a cui era stato legato, cade per terra emettendo un ultimo grido straziante, imbiancando le spalle sanguinolente con la polvere del cortile. Così disteso nella polvere con il volto straziato dal dolore, trova la forza di lanciarmi un sguardo di speranza. Rientro nel salone, la tunica mi si è appiccicata addosso, corro verso il catino cercando di sciacquare dal viso l’orrore e le conseguenze del potere imperiale. Accidenti a Claudia, accidenti alla sua idea di farmi diventare prefetto!

Compare controluce dalla porta del salone la sua figura, mi fa spavento, vedo solo una massa scura, la tunica gli si agita leggermente spostata dal vento che improvvisamente ha iniziato a soffiare, i miei uomini hanno completato l’opera cingendogli la testa con una corona di spine. Si avvicina, mi guarda con un occhio tumefatto e rivoli di sangue rappreso sul viso, si ferma a pochi passi da me ed aspetta, poi china il viso. Ricomincio a passeggiare per il salone, il peso sulle spalle è ormai divenuto insopportabile, sono solo, più solo che mai e non so cosa fare. Entra un messaggero, lo guardo con fare distratto, è impolverato, stanco e puzza di sudore, mi porge un rotolo, riconosco il sigillo di Claudia, chiudo gli occhi imprecando, ma lo apro e leggo.

‹‹Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua››, è firmato da Claudia.

Il messaggio mi sembra una liberazione, lo accolgo e lo faccio mio, sono sollevato ed anche Marco ha intuito che sto per fare la cosa giusta.

‹‹Liberatelo, è innocente per me non ha fatto nulla di male››, dico con quel pizzico di dignità che mi resta del funzionario imperiale. Marco gli libera i polsi, ma lui resta con il viso chino, penso per un istante di prendere il panno umido con cui mi sono asciugato prima, per pulirgli il viso. La mia mano precede il mio pensiero, ho già il panno tra le mani, quando si spalanca la porta del salone, il legionario di guardia viene scaraventato per terra da una massa puzzante, chiassosa e determinata. E’ un attimo, Marco ha già sguainato la spada conficcandola nel ventre di uno che si dirigeva con qualcosa in mano verso di me, alla vista del sangue gli altri arretrano, ma hanno lo stesso sguardo famelico delle iene pronte a colpire. Il marmo è rosso di sangue, l’odore del sangue li eccita, arrivano altri legionari alle spalle degli assalitori seguiti dal tonfo sordo delle loro lame che penetrano alcuni della retroguardia del gruppo infame, i loro corpi stramazzano per terra. In quel momento entra Caifa, il corvaccio nero ha le mani sollevate al cielo, implora il rispetto della legge, è l’usanza che vuole per la pasqua ebraica la liberazione di un condannato, non posso, non devo violarla, dice puntandomi l’indice mentre guarda di sfuggita il prigioniero dagli occhi azzurri. Lui rimane lì immobile, senza alzare il capo, vedo delle lacrime silenti che gli scivolano sul viso impastato di polvere e sangue. Rifletto, è un’usanza voluta dal mio predecessore, quindi una legge di Roma, non sarò io a violare le leggi di Roma, non posso espormi io con Tiberio, accidenti a quando sono diventato Prefetto, accidenti a Claudia che mi ha messo in questo pasticcio ed alla fine mi lancia pure il messaggio finale per la salvezza del prigioniero, del giusto, come lo definisce nel dispaccio. La legge è legge, per tutti, anche a costo di compiere un’ingiustizia, anzi peggio, una atto di giustizia formale. Sto per mettere in libertà un pezzo di merda, sto per mettere sulla croce un giusto, ma non sono io responsabile, non voglio esserlo. La folla è uscita, sono tornati tutti nel cortile, mentre ci portiamo verso il sole infuocato del mezzogiorno, vorrei compiere un atto romano, sedando il tumulto nel sangue, ma una calma incontrollabile mi ha già preso gettandomi nello sconforto. La stessa incontrollabile calma che mi fa prendere la decisione di lavarmi le mani nel catino prima di mandare il giusto a morte. Mi lavo le mani e mi dichiaro inetto davanti a tutto l’impero. Passo per il salone pieno di cadaveri, penso a Claudia e mi vado a gettare nel letto, un vento improvviso ed impetuoso muove le tende della dimora prefettizia, chiudo gli occhi e senza accorgermene prendo sonno. Alle tre del pomeriggio vengo scosso, sembra che qualcuno muova il letto, apro gli occhi e lo vedo. E’ seduto sul mio letto, non ha più spine sul capo, né sangue sul viso, i suoi occhi sono indulgenti con me, mi abbraccia e poi si allontana. Scoppio a piangere, fuori piove, l’aria fresca mi accarezza e sento il suo profumo che ancora mi circonda. E’ sparito il peso opprimente sulle spalle, mi resterà indelebile la macchia di una giustizia effimera dettata dal compromesso e dalla mia paura, ma questo non conta più. Tornerò a Roma, lì anch’io prenderò la mia croce.

I dialoghi tra Cristo e Pilato sono tratti dal Vangelo di Giovanni 18,33.

 

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