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Gioco d'azzardo (da "Considerazioni postume d'un mort'ammazzato" di Giancarlo Giuliani)
Gli articoli - I racconti
Lunedì 12 Settembre 2011 14:14

Una notte d’estate, non più addietro di un mese e mezzo fa, li seguii giocare a carte. Le partite si svolgevano nella residenza dei Casalto Filangeri, in una sala riservata ad eventi di questo tipo, la stessa nella quale tutti gli antenati masculi  del casato avevano condotto da sempre i loro giochi, fossero state partite a poker o passatempo d’altre epoche. La marchesa Orsetta ha imposto che si facesse così, essendo lei una che riserva grande attenzione alle tradizioni di famiglia...

 

Le racconto questo fatto perché a me è rimasto impresso. Ciò che ho ancora in mente di quella notte è l’atmosfera d’indecifrabile complicità che percepii tra i componenti del gruppo.

Alice stava male, era costretta a letto da una fastidiosa sindrome influenzale. Io ero rimasto a casa con lei. Quando si addormentò, mi avviai verso l’uscita per raggiungere la dependance, nella quale da sempre risiedo con mio padre e mia madre.

Incrociai per caso Altinio. Lui e gli altri stavano per dare inizio al consueto pocherino. Altinio m’invitò a raggiungerlo di sotto, ad assistere come spettatore, ovviamente: giocavano cifre così alte che io non avrei potuto reggere nemmeno mezza mano.

A dire il vero, mi sentivo piuttosto assonnato. Ricordo che quella notte pioveva a dirotto e, quando piove, ho sempre molto sonno, ma questo non conta.

Non dissi di no però, perché con Altinio non mi permettevo mai di farlo, non ci riuscivo, non ne avevo il coraggio: avevo rispetto del dottore, soprattutto da quando mi ero fidanzato con Alice.

La sala era immersa nel buio, ad eccezione del tavolo da gioco, illuminato da una lampada d’epoca a soffitto, che rendeva i volti dei presenti cerulei e carichi di responsabilità. Sembrava stessero per fare una riunione più che una partita a carte.

I giocatori non diedero peso alla mia presenza ed io svanii presto nella zona buia della sala, dopo essermi seduto comodamente su una poltrona.

Non parlavano molto, anzi non parlavano affatto.

Il giudice Fulvio Zanesi fumava un sigaro, il cui aroma annullava totalmente la sigaretta dell’onorevole Emilio Bottini. Ce l’ho ancora nelle narici quell’odoraccio.

Ottone teneva in mano il mazzo di carte che mischiava con una lentezza finta. A fianco a lui, il banchiere Artemide Mezzocane da un lato ed il costruttore Domenico Casanera  dall’altro respiravano il fumo passivo mitigandolo con un bicchierino di Porto.

L’avvocato Alfredo Marango guardava il tavolo verde, su cui con un dito descriveva senza sosta sempre lo stesso cerchio, senza riuscire mai nemmeno una sola volta a chiuderlo con precisione. Everaldo Franchetti, l’industriale, a turno se li guardava uno ad uno.

Quando Altinio entrò in stanza, guardò verso di me per controllare se ci fossi, ma il resto della stanza era veramente quasi al buio e credo proprio che Altinio riuscì a malapena a scorgere la mia sagoma, prima di sedersi al suo posto.

Lui non aprì bocca e nemmeno gli altri lo fecero. Questa è la cosa strana. Quelli non parlavano, ma era come se in realtà lo facessero lo stesso.

Ottone si mise a dare le carte. Ci furono uno o due colpi di tosse, poi tutto calò nel silenzio. Mancò poco che anche il fumo del sigaro del giudice si bloccasse.

Ognuno studiò le sue carte e decise come procedere nel gioco, ma fu come se in realtà tutti avessero già scelto da tempo come giocare quella mano.

La sensazione anomala che ebbi fu che la mano vera che si stava giocando non fosse quella a poker, ma un’altra che soltanto loro conoscevano. Questa però è soltanto una supposizione.

Fatto sta che ad un certo punto, quando fu il suo turno, Altinio rilanciò.

Gli altri apparvero stupiti di quella mossa. Era come se Altinio avesse osato un gesto inatteso. Tutti si aspettavano che lui passasse.

Rimasero in gioco Altinio ed Artemide Mezzocane, la cui maschera nel frattempo s’era fatta pesante, preoccupata e dura. Quella non era una semplice partita a poker.

Il banchiere non volle carte. Altinio ne chiese due e proprio nel momento stesso in cui le chiese, Domenico Casanera tossì a ripetizione e si allontanò dal tavolo facendo capire che il Porto gli era andato di traverso, mentre l’avvocato Alfredo Marango scosse la testa in un cenno di dissenso.

Altinio chiese di vedere e scoprì una doppia coppia. Mezzocane aveva un full d’assi e vinse. Non era contento però. A me sembrò contrariato.

Tutti, fuorché Altinio che rimase seduto, si alzarono e se ne andarono senza osare proferire parola; senza una sola parola uscirono dalla sala, uscirono di casa e se ne andarono. Io non capii.

Altinio senza voltarsi mi chiese se la partita mi era piaciuta.

Io, al buio, dissi di sì e lui rispose che nella vita di partite così se ne giocano poche. Poi si alzò e rapidamente, senza nemmeno augurarmi la buona notte, uscì dalla sala.

Quella notte rimasi lì seduto almeno un’altra ora intera,  a tentare di capire a cosa avevo assistito. Forse le loro partite erano sempre così. D’una mano sola? Avevano litigato? No, non avevano detto una parola di più di quanto non richiedesse il gioco.

L’aria che si era respirata, però, era stata più che pesante, più che tesa. Il sonno poi mi assalì e me ne andai a dormire.

Questo episodio, ispettore, preso così, come fatto in se stesso, non aggiunge nulla. Serve però a farle capire come Altinio vivesse e conducesse gli affari muovendosi su equilibri tra forze eterogenee di potere, difficili da cavalcare.

Forse Altinio non è riuscito a tenere salda la guida fino in fondo, si è trovato da solo ed il sistema, su cui ha costruito la propria fortuna, ha anche partorito l’assassino che lo ha sopraffatto...

 

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