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Un amore (di Dino Buzzati) - recensione di Davide Dotto
Gli articoli - Le recensioni
Martedì 12 Aprile 2011 14:34

Combinato l’appuntamento, difficile è spiegare la sensazione, sempre che ci sia qualcosa da spiegare o giustificare. La sensazione è quella di essere quasi una vittima sacrificale. È l’abbandono di un’energia, una forza tremenda in sé, vera quanto è vero il mondo, lirica e allo stesso tempo colma di turpitudine oscura. Tanto che ad Antonio Dorigo si sente uscire da se stesso. Non è insomma più lui. Perde confidenza colla propria faccia, si fa solo corpo quando vorrebbe essere solo anima. Non concepisce di essere entrambe le cose. Abbandona quasi il suo abito: quella dell’artista quasi celebre, geniale e tuttavia confuso. E’ in questo modo che imbroglia le carte.

Non riesce a tenersi insieme e così si sgretola. Troppa paura ha di capire cosa sia in realtà, cosa sia un uomo al di là della propria faccia, del proprio ruolo, della propria morale: è un borghese Antonio. Ed eccolo pronto a cacciarsi in viso la maschera che di volta in volta gli serve e che  è caduta, col sollievo di ritrovare via via se stesso (certo, ma quale?).

E come ci si presenta all’appuntamento? Diamine, che sarà mai, è pur sempre un incontro a due. Ci si mostra tale e quale si è, in fondo, ecco perché ci vuole cautela, discrezione: non lo si sappia troppo in giro. Si dica e non si dica.

Sono forse diversi da lui gli altri, coloro che osserva lavorare, calati in altri uffici e in altri luoghi, al suo pari imprigionati e intabarrati da convenzioni, da parole, da coltri di principi i più inverosimili e i più necessari per non sentirsi nudi e intimoriti, ciascuno di fronte agli altri se non al cospetto di se stessi? Che non si veda altro che ciò che si è dietro la scrivania, che non si concepisca il proprio essere altro, lindo o oscuro che sia, fosse anche il più autentico e vergognoso,  naturale e corrotto (ma da che, e da cosa?)

In fondo vince la curiosità, un senso di superiorità rispetto a chi svolge il mestiere più antico del mondo e in esso rimanga relegato.

C’è del male a far questo da parte mia? Si domanda, si cruccia, si giustifica. D’amore, certo, in questi casi non si può parlare, per via di un’ermetica barriera tra le parti. Ma chi ve l’ha messa, chi l’ha eretta questa ermetica barriera? Non certo lui.

Alla fine ad Antonio Dorigo, i conti non tornano. È messo continuamente di fronte alla propria meschinità di fronte a Laide. Non tanto Laide appare perduta (è una fatina, uno spirito libero e altezzoso quanto basta e fa la vita perché altri di questo si approfitta e perché altri, potendolo fare, non la liberano). La coscienza ad Antonio parla nel modo giusto, ma tutto gli si riflette in testa nel verso storto. Le fa la proposta, finalmente, ma non è onesta, le offre uno stipendio. In questo modo si garantisce “un barlume di diritto su di lei”. Il conto torna. Finalmente.

Il disincanto che ne segue è feroce. Non si era liberato dalle sue ansie, dalle sue gelosie di innamorato, dalla malìa entro la quale era stato afferrato. Il pensiero di Laide, suo tormento e inquietudine, lo abbranca e insieme a esso una totale infelicità, quella che consegue a un puro senso di possesso privo di prospettive.

Eppure Antonio, come si è detto, percepisce le cose come sono: Laide  è viva, nella desolazione apparente d’intorno è lei il fiore, è lei a prendere le briglie della coscienza di lui: come fai a vivere con le pestilenziali immaginazioni che popolano la tua mente,  come fai ad avvelenarti la vita? Pare gli dica. Chi veramente è perduto tra loro?

Dorigo però non coglie i suggerimenti e anzi, preso in castagna, si arrabbia e si infuria e se la prende con il lettore: sono un peccatore ma non vedo santi in giro. Ecco il senso del suo rimuginare: ipocriti che non siete altro, che nessuno trova il coraggio di confessarlo e quanto falso il mondo a fingere che queste turpitudini non esistano, che i segreti e inconfessabili pensieri non esistano e si perdano chissà dove. Ma sono tabù e nessuno osa parlarne.

Tutto questo appare evidente quando Laide attacca a cantare un repertorio di antiche canzoni, ricolme di doppi sensi, ma “secche e autentiche”, “in modo sguaiato e libero, non maliziosa ma furba”. Segna uno spartiacque tra lei e lui, tra un mondo e l’altro. Tra chi si nasconde e troppo si lambicca il cervello (inseguendo sotterfugi) e chi non nasconde, nonostante tutto, la propria gioia di stare al mondo.

E tutto questo Laide glielo urla in piazza, un giorno, forse pensando di riuscire a sgretolare l’edificio ottuso che imprigiona l’anima di lui: “Tu vuoi sprecare i migliori sentimenti… in queste cose sei meschino,sai, si vede proprio che non hai mai incontrato ragazze a posto…”.

Che dire? A Dorigo non rimane che pregare Iddio che gli tolga quell’inferno di dosso.

Continua in questo modo col suo assurdo e assoluto bisogno di giustificarsi, col suo continuo rimestio di pensieri. Solo chi ha certezze granitiche – lui non ne ha – non necessita di tanta verbosità. Non riesce ad accettarsi per quello che è, a ricompattare la propria anima. Non è questo che per tutto il racconto Laide gli rimprovera? Di non accettarsi, liberandosi. E liberandola.

Il male che lo assale è in fondo più radicale e più universale, una prigionia senza soluzione. Male radicale e universale che assale e imprigiona la stessa Laide. Il loro destino non può essere più comune.

Laide sta per precipitare, per essere inghiottita, al pari di lui, dentro un baratro senza rimedio. Dentro una Milano antica e tenebrosa. “Hai voluto dimenticare i tuoi anni? Ti sei ostinato a un gioco sconosciuto che non era per te… La partita è chiusa. Il conto torna”, ti pare?

E’ la Piera, un’amica di Laide – se ancora ce ne fosse bisogno – a fare la rivelazione. “Ma tu l’avresti sposata?” “ma tu credi di essere meglio di lei” e di noi? “Qui ti volevo, caro il mio signore di buona famiglia: l’hai fatta entrare nella tua vita? L’hai ammessa a casa tua? L’hai fatta conoscere alla tua famiglia?” “Queste sono assurdità!”, risponde lui, con l’ansia di tornare lindo e pulito nel proprio ambiente rassicurante, per dimenticare. Non poteva sbagliare di più.

Poi il finale, un po’ rassicurante e un po’ no, una gioia sospesa, un barlume di eternità sottratto al tempo, in attesa che la ruota torni a girare, come sempre. In fondo il racconto è pieno di rivelazioni, di questi momenti di eternità: altra cosa però è riuscire ad assimilarle, a farle proprie.

(recensione di Davide Dotto)

 

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