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Anima Mundi (di Susanna Tamaro) - recensione di Davide Dotto
Gli articoli - Le recensioni
Martedì 22 Marzo 2011 11:07

In principio pare vi fosse il vuoto e questo vuoto era una capocchia di spillo, un’anima avvolta in se stessa. Avrà provato a farsi sempre più piccola e minuta, come un seme di bieta, quasi fino a scomparire. La compressione a un certo punto era tale che non poteva contrarsi di più e anzi, come un armadio troppo pieno, è esploso tutto. Un eccesso di ordine ha provocato il massimo disordine. Immaginiamoci la rabbia, il furore di questo scoppio, di questa bomba cosmica.

Questa è una meravigliosa definizione di “Energheia”, l’anima del tutto, che include gli amminoacidi, quelli che a furia di combinarsi e modificarsi, hanno dato origine alla vita, latente in tutto. Ci si sente –specie nell’adolescenza – consapevoli di questo gioco di forze: esplodo o implodo?, e si sta come sospesi e in bilico sopra un ponte, in precaro equilibrio su un precipizio. Così anche l’anima del mondo, prima che il mondo fosse.

Walter scopre che le bombe non esplodono soltanto nelle guerre degli uomini, un piccolo tutto compatto e ordinato pronto a provocare il massimo disordine nell’ambiente circostante. Ogni individuo e la sua anima, contratta e racchiusa in se stessa al massimo, al pari di quelle, può scoppiare o starsene inesploso, sommerso da chissà quali detriti del cuore...

 

Allo stesso modo si distingue tra la Storia, che comprende tutti, la corsa di un carro privo di freni, e una storia più piccola, più ristretta, più intima.

Ecco un nonno fiero di aver combattuto la I guerra mondiale, in un campo di battaglia ch’era un prato; ecco il padre che al contrario, combattuta la successiva, si chiude in un ostinato silenzio, e tutto deve trapelare dal non detto. Walter non sa cosa pensare: provocare la morte non è come morire. L’idea di uccidere lo sconvolge: che differenza c’è tra l’avere una divisa e non averla?

Walter sbaglia quando, imputandolo al cinismo della sua giovinezza, riconduce la scomparsa della madre al corso della fisiologia naturale. E’ l’anima mundi che gli ha parlato. Non sono naturali invece i morti di una guerra: se si fosse espresso in questo modo a proposito costoro, questo sarebbe stato cinismo.

Di questo non riesce a rendersi conto. Si ritiene un ribelle, un maudit quando in fondo non lo è più di tanto. A essere ribelle e maudit, in realtà, è il mondo. Non la sua anima, piccola e insignificante come un seme, pronta a esplodere: come un bomba, certo, ma anche come il germe di qualcosa (fosse anche un seme di trifoglio) che prima o poi spunterà fuori, pensa Walter.

E Walter vuole spuntare fuori, come un germoglio che si fa strada: per questo scandaglia e smuove, vuole infrangere lo snodo, la banalità apparente. Da questi cocci sarebbe nata (germogliata) la poesia, una poesia soltanto sua, dice. Come non scoprire Baudelaire e i necessari fraintendimenti? Ecco la droga e l’alcool e la ricerca di ciò che è nascosto, dell’anima delle cose. Cosa vi è invece di più nascosto e paradossalmente presente di se stesso?

Eppure capisce che deve andare OLTRE: basta poco, senza scomodare il super uomo nietzschiano (nel senso originario del termine: Uber-mensch, “oltre-uomo”). Se vi è un balcone davanti al salotto, basta aprire la porta, uscire fuori, guardare oltre la tenda(in fondo sempre un paravento): ci si accorge di vedere ben definito il futuro dei propri compagni di scuola. “Loro stavano là dentro, alla luce, al caldo, si riempivano la bocca di parole vuote”. Walter invece era oltre il vetro, riparato.

Sarà Andrea ad esplicitargli il vero senso di quell’andare oltre: oltre la norma, oltre se stesso. “Viviamo nella dittatura della norma (quella delle volpi e delle iene?)… nessuno sopporta il super-uomo”. Arguzia finissima e per niente scontata: Andrea è un lettore attento di Nietzsche? Ha capito qualcosa di fondamentale, e forse ha capito troppo, come di vedrà. E’ infatti a un passo dall’oltre, che significa aver guadagnato la vetta di una piramide, lontana dalla sua base. La condizione naturale diviene il volo. Ma l’uomo non sarà mai un’aquila: solo essa ha il dono o il potere di vedere le vite altrui senza alcun paravento (come invece Walter dietro la tenda). Ma l’uomo a differenza dell’aquila sulla terra ci vive e vi incede: hai mai visto camminare le aquile? (ecco il monito di una canzone di Battiato di qualche anno fa e che trova ispirazione dal romanzo di Fleur Jaeggy “I beati anni del castigo”, piccola digressione).

Walter per il momento è incapace di raccogliere i suggerimenti che pervengono, magari anche per caso e chissà con quali intenzioni: la psicologa di turno avrà il suo bel dire “Non c’è niente oltre te stesso”. Ecco la chiave, o la porta per altri equivoci. E’ ancora presto per entrare in se stesso e scorgere il germoglio. Andrea ha insistito invece troppo su quell’Oltre, imprigionando se stesso. A non aver le ali, a tentar di andare troppo in alto, non si può che precipitare.

Walter prende un’altra strada, quella di Federico: vince la concretezza del senso pratico, il mito del carpe diem: si lanciano i dadi creando le occasioni giuste, le amicizie (pardon, si chiamano contatti). È una guerra di logoramento, imparerà Walter. Una caccia al tesoro. Da una parte vi sono i potenti di turno, dall’altra i questuanti. Qualcosa non torna: dall’era del “magma incandescente” era passato alle “bucce”, dove si scivola. Ma le bucce altro non sono che la crosta dove ci si muove, il magma scorre sotto. Non è certo scomparso.

“I bei sentimenti non hanno mai dato la pagnotta a nessuno”, “Forse non vi siete accorti che la letteratura è morta. Dopo Musil nessuno è stato capace di scrivere un vero libro”. Colui che parla mostra la sua libreria: tiene solo classici. E’ questo che fa impressione: i falchi e le iene non sono stupidi, sono persone colte.

Lentamente Walter capisce ciò che sta dietro i suoi stessi pensieri, le sue stesse parole: si accorge della sua anima e di quella che avvolge tutto il mondo. Egli è una goccia, l’anima mundi è il mare. Non deve far altro che “tirare la scafo in secca, raschiarlo e riverniciarlo fino a renderlo capace di tornare a navigare in mare aperto”.

La liberazione è totale: il non temere ciò che si trova nei propri pensieri, non temere le proprie emozioni, anche le più violente, ma accettare tutto come parte integrante dell’essere: scorgere uno a uno i propri frammenti, le contraddizioni, le facce della medaglia e ricomporre la sua unità. Quella che è sempre stata.

Walter non è un essere scisso. È il mondo a esserlo. Glielo insegna la suora, l’egoismo di chi ama la bellezza: la bellezza di cose di nessun valore, i fiori coltivati tra la bieta. È l’anima del mondo – inseguita per tutto il tempo – a parlargli, nelle vesti di questa monaca.

L’anima del mondo è raccolta in un seme di bieta, nello stesso modo in cui, capocchia di spillo, era raccolta nel primo istante primordiale. È infinitamente piccola, ma anche infinitamente grande.

“Siamo tutti semi gettati sulla terra”. La vita e la morte sono due forme diverse dell’esistere: il vuoto cessa nel momento in cui si assimila la morte. Si respira in un modo diverso, si acquista la grazia del vivente, un “respiro quieto”. Morendo si rinasce a nuova vita (perché no?)

(recensione di Davide Dotto)

 

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