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Utopia e disincanto (di Claudio Magris) - recensione di Davide Dotto
Gli articoli - Le recensioni
Lunedì 21 Marzo 2011 09:35

Quando Nietzsche parla di Super-uomo, il termine da lui usato è Uber-mensch (letteralmente “oltre-uomo”), presente anche nel Faust di Goethe (vv. 489-90): “Quale miserando orrore ti prende o Super-uomo (Uber-mensch)?”. Certo vien da dire che il Super-uomo Nietzschiano ha avuto peggior sorte di quello Faustiano: nessun coro e nessun intervento esterno gli ha impedito di ingurgitare il veleno o di buttarsi nell’abisso nel quale è sprofondato (Nietzsche, intendo). Questo coro mancato, questo spirito assente, si palesa come “Nulla”, da cui il nichilismo (magari prodotto di un fraintendimento, di un equivoco). Solo perché qualcuno non ti risponde non significa che non vi sia, rimane solo nascosto, appartato, magari ti osserva. Ciò che sta dietro al significato di Uber-Mensch ha poco a che vedere con l’idea che ce ne siamo fatti a scuola: quella che accoglie la nostra memoria è piuttosto l’idea del Super-uomo dannunziano. L’ Uber-Mensch di Nietzsche rassomiglia al Faust che sta per bere il calice del veleno, a un essere non più unitario, non più compatto, ma un intrico di particelle e di impulsi. Dentro questo intrico vi si trova, imprigionato, l’individuo.

Il nichilismo ha fatto il resto: Nietzsche non si è liberato della “materialità”, del groviglio di atomi e di pulsioni che lo costituiva, ma della propria individualità assediata e malata. Questa la sua “liberazione”, questa la “gioia” dirompente , un che di “apocalittico”, la scoperta terribile che afferma: no, nessuno è nascosto dietro il “nulla” (perché nessuno ha risposto alla sua chiamata, nessun Mefistofele gli ha parlato, nessuno gli impedirà di bere dal calice della pazzia).

L’individuo è come una singola goccia d’acqua, precaria quanto basta per sussistere finché non si disperde nel mare o non evapora. L’individuo al pari di questa goccia d’acqua desidera, anela, ha bisogno di totalità, totalità che gli sarà negata sinché non farà di tutto per salvare se stesso, il suo essere goccia. Fonte di gioia e di liberazione è la goccia che torna al mare, e fonte di dolore e di agonia è questa lotta dell’individuo nel restare individuo, della goccia nel rimanere goccia. L’individuo deve accettare di rinunciare a sé. Egli – come la goccia in sé – è il vero nulla e non il mare (che è tutto). La goccia che si rivolge al mare e il mare non risponde, ecco: lo vede come abisso, non vi si vuole perdere, desidera rimanere se stessa, sospesa, in agonia, incapace di andare oltre (se stessa).

Il colpo di genio di D’Annunzio e di altri è stato identificare la goccia, l’individuo, con una potenza creatrice, al pari del tutto, di trasformare questa lotta, l’agonia della goccia, come un che di eroico, di straordinario, estorcendo quanto di meglio c’era nell’universo della cultura classica. Ma con quale esito? L’”oltre Nietzschiano” significa ben altro: riconoscere la malattia e guarirne, santificarla quanto basta per poi accettarla, senza continuare a guardare con ansia ogni “accenno di Apocalisse” che si presenti o temere ogni “approssimarsi di un ordine nuovo”, che è lo stesso: il mare al quale non si desidera tornare.

Va da sé che il Super-uomo dannunziano fa anche un’altra cosa: l’individuo diventa una specie di divinità che si appropria di questo groviglio di atomi e delle pulsioni che lo costituiscono, e ne è entusiasta. Solo apparentemente rispetto a Nietzsche, D’Annunzio dice la stessa cosa: ciò che riposa dietro è completamente altro.

Claudio Magris infatti nel suo saggio non crea il parallelismo tra Nietzsche e D’Annunzio, ma accompagna il Super-uomo Nietzschiano all’Uomo del Sottosuolo di Dostoevskij.

Dostoevskij non sembra dire la stessa cosa, eppure dietro vi è la medesima intuizione: lo scrittore russo contempla un’assenza, una malattia da festeggiare, dove l’individualità è nulla, e come tale va mortificata, umiliata e offesa, in attesa della propria redenzione. Si accorge che l’uomo è privo di radici, e deve piantarle, da qualche parte. Dove se non nel sottosuolo?

E Nietzsche si è perduto nell’abisso se non nel sottosuolo, dove è sicuro di non averne di radici. Nietzsche non è un mistico, al contrario di Dostoevskij il quale è fortunato come Faust: è stato ricondotto indietro, richiamato tra i vivi. Poco prima che eseguissero la sua condanna a morte, la pena gli era stata commutata nei lavori forzati.

Uber-mensch , con buona pace di D’Annunzio, ha poco a vedere con l’Individuo, anzi: rappresenta un monito contro un Individuo sempre più chiuso in se stesso, invaso dalla paura (dal “timore e tremore”) di perdere tutto: tanto da riempire il suo futuro di sinistri presagi, di “visioni apocalittiche”, oltre le quali (ecco la sua incapacità di andare OLTRE) non vede alcuna redenzione. Questa è la sua incapacità di vedere oltre “il cortocircuito” del progresso: pur di mantenere il proprio tenore di vita provoca le tensioni che sono sotto gli occhi di tutti.

Faust, Nietzsche, Dostoevskij hanno vissuto in questo modo la loro “Apocalisse”: questa di per sé – guardando oltre - contiene una promessa o una serie di promesse. Il dubbio può sembrare atroce: verranno mantenute? O il nostro viaggio terminerà prima, senza raggiungere – appunto – la Terra promessa? Nemmeno Mosè a ben guardare la raggiunse in vita, non mancò però di procedere nella sua direzione, a differenza dell’individuo moderno (che pianta una tenda nel suo deserto, stanziandovi stabilmente). Il disincanto ha cancellato l’incanto, la dolce utopia di raggiungere la meta. Ecco il succo del saggio di Claudio Magris.

Eppure l’INCANTO è ciò che accompagna la vita di tutti i giorni, la speranza di un avvenire migliore, o semplicemente l’attesa di un anno più felice di quello appena passato. Chissà se ci resta solo la consolazione di questo INCANTO, da rinnovarsi continuamente nonostante ogni delusione o, meglio, DISINCANTO. Ne sapeva qualcosa LEOPARDI nella consapevolezza della “struggente vanità” appunto di attendere tempi più felici, più appaganti, eppure sempre più lontani, distanti. Ma quali sarebbero state le sue giornate e quali sarebbero state le sue poesie se non avesse guardato alle promesse della Natura, denunciando poi l’inganno, il DISINGANNO di chi, matrigna, di tanto ingannava i propri figli?

E’ vitale seguire un’UTOPIA, ed è vitale trarre insegnamento e non sconforto dal DISINCANTO che inevitabilmente consegue e sta dietro l’angolo. Questo il monito da indirizzare all’individuo moderno: “non arrendersi alle cose così come sono ma lottare per le cose così come dovrebbero essere”. “Nessun assetto del mondo è da considerarsi definitivo”, occorre ben “tenere desto il senso dell’oltre”, (oltre se-stesso, oltre l’egoismo e le pulsioni dell’individuo), il senso dell'UBER-MENSCH.

(recensione di Davide Dotto)

 

 

Commenti  

 
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