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La condizione umana (di André Malraux) - recensione di Davide Dotto
Gli articoli - Le recensioni
Domenica 13 Marzo 2011 07:35

Cen ha appena commesso un omicidio, il suo primo atto terroristico. Ha un sospiro di sollievo, gli altri non hanno modo di accorgersi di quello che ha fatto, non gli si legge in faccia. E’ un’illusione: la notte non si oppone al delitto. Si può mimetizzare nel suo colore.  Ma è anche l’effetto della incomunicabilità tra gli uomini. E infatti, quando segue il giorno, il suo straniamento è totale, si rende conto della sua terribile solitudine. Non uscirà più  dalla propria notte. No, non avrebbe più ucciso, dice a se stesso, solo in combattimento. Non si stava forse preparando la Rivoluzione (siamo nel 1927, in Cina)? Ma come organizzarla al meglio se “la metà degli uomini non avrebbe saputo far uso delle armi?” una volta risolto quello cruciale di averle?  A mezzogiorno sarebbe seguito lo sciopero generale.L’unico che riuscirà a comprenderlo è un vecchio ex professore di sociologia dell’Università di Pechino di nome Gisors. Anche suo figlio Kyo è impegnato nella Rivoluzione ed è orgoglioso ed altrettanto ansioso per la sorte di lui e degli altri. Il suo insegnamento ha formato il nerbo dei quadri rivoluzionari della Corea del Nord, ricorda, è il padre di un’intera generazione.  Cen potrebbe essere il suo migliore allievo, colui che è andato oltre, ha compiuto l’atto, ma non è molto convinto. E’ al vecchio professore che Cen confessa la propria straordinaria solitudine dopo l’omicidio compiuto. Gli altri avevano già ucciso? Era, Cen, più avanti tra costoro? Aveva superato in questo la via di non ritorno? Certo aveva compiuto un atto necessario alla Rivoluzione, ma aveva sempre ucciso un uomo inerme nel proprio letto, durante il sonno.  Era libero, troppo libero e questa totale libertà asserviva – dominava con ossessione – la sua anima e il suo pensiero, sia inebriandolo che travolgendolo. A stento il vecchio professore sembra capire la situazione di questo neo-terrorista e la sua prossima vocazione all’estremo, a un puro sentimento di morte (non tanto quella altrui, ma la propria).  Vita incomunicabile per eccellenza, aveva scavato intorno un abisso tra sé e gli altri e ne era terribilmente consapevole. “Come lo riporto indietro? come lo separo da ciò che è diventato?” Non riesce a capire che è soltanto un uomo.   

In fondo le “premesse ideologiche” della Rivoluzione  non sono incoraggianti e anzi la minano in profondità: ad esempio la condizione della donna. Una promessa sposa, si racconta, poco prima delle nozze (imposte) tenta il suicidio al che la madre di lei così si lamenta: “Povera piccola, e dire che aveva avuto quasi la fortuna di morire”. Lo stesso vecchio Gisors non è lontano da certe posizioni: “è bene che esistano la sottomissione assoluta della donna, il concubinaggio, l’istituzione delle cortigiane… I nostri antenati l’hanno pensata così. La donna è sottomessa all’uomo come l’uomo è sottomesso allo stato e servire l’uomo è meno dura che servire lo stato”. In una lettera alquanto amara un personaggio (di nome Valeria) muove questo rimprovero: “Voi sapete molte cose, caro, ma forse morirete senza esservi accorto che una donna è un essere umano”. 

 E poco più avanti , in un dialogo, si pone questa domanda cruciale, rimasta senza risposta: “Pensate che si possa conoscere un essere vivente?” (non “un essere umano”).

Per conoscere occorre amare: è nel mondo degli affetti che ciascuno riesce a leggere il cuore dell’altro. E’ nei confronti di May (e non nei confronti del padre o dei suoi compagni d’arme) che Kyo percepisce il “rimorso del morire”. May l’aveva liberato da tutte le solitudini se non da tutte le amarezze. A lei e a nessun altro dedica il suo pensiero e dà il suo ultimo addio. Da questo e non da altro la Rivoluzione sembra ricevere il suo colpo di grazia.

 Chi non ha la consolazione del mondo degli affetti,  rimarrà sopraffatto dall’incomunicabilità regnante: i grandi perché dell’esistenza rimangono senza risposta. Anzi: addirittura i dialoghi appaiono in massima parte dominati da aforismi: frasi acute e ingegnose, eppure drammaticamente insignificanti e prigioniere di un contesto del quale difficilmente ci si raccapezza: “il capitalismo moderno è più volontà d’organizzazione che volontà di potenza”, “un Dio può possedere ma non conquistare…” e via dicendo: una dottrina che non è un balsamo per i cuori e per le anime, che serve più a colmare un vuoto, o a nascondere la voce di un’agonia diffusa. Ognuno sembra parlarsi addosso e le repliche ora a questo ora a quello non sembrano giungere mai a tono. Questa è l’apoteosi della incomunicabilità.

Come Cen anche gli altri non riescono a uscire dalla propria notte. Si tengono allora stretti a un idolo, per  compensare questa loro terribile prigionia. Sposano con  una altrettanto irriducibile e disperata fedeltà gli ideali della Rivoluzione. Ma anche in essi vi sono diverse “chiese”: vi sono correnti e partigiani di diverse schiere.

Si capisce sempre più che la “Rivoluzione” in atto assume i contorni di uno spauracchio, un pretesto per parlare d’altro. Ciascun personaggio si porta dietro il peso del proprio vissuto, è alla ricerca di un senso della vita o del morire e la Rivoluzione appare una soluzione impacchettata, preconfezionata da altri.  Rivoluzione significa nazionalizzazione delle terre, costituzione – anche in Cina – dei Soviet alla Lenin. Ma in questo modo salta tutto il credito e falliscono le banche. La frangia degli operai capisce il gioco della Rivoluzione degli altri: non erano forse tutti i vantaggi a favore dei borghesi? “Se i contadini venivano salassati per il fondo di guerra, la borghesia veniva tassata con discrezione” e ordini superiori avrebbero impedito l’occupazione delle terre.

Uccidere Ciang Kai-sheck: ecco il progetto. Aveva la forza e la popolarità nel tenere unita la borghesia contro la classe operaia. Cen non ci riesce. Si getta con un’auto stringendo una bomba contro quella che dovrebbe accogliere Ciang Kai-scheck. Muore vanamente.

No. Non era questa la libertà. Piuttosto era un abbandono. Cen ha abbandonato il consorzio degli uomini, gettandosi in un gesto dai più ricordato come inutile: “Non bisogna considerare l’omicidio come la via maestra per la verità politica”.

La Rivoluzione non ha vinto eppure qualcosa è rimasto. Ha lasciato un segno, un traccia, una consapevolezza: chi non ha trovato rifugio nel mondo degli affetti, ha ricevuto una eredità non molto cospicua: “I nostri non dimenticheranno più che soffrono per colpa di altri uomini e non per colpa delle loro vite precedenti”.

Tutto qui? Vien da domandarsi.

recensione di Davide Dotto

 

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