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“Carte segrete” di Goffredo Bettini, quando un libro ha la forza di riaccendere la passione per la politica
Gli articoli - Le recensioni
Mercoledì 16 Ottobre 2013 06:54

“Si può mettere in moto la città, se si punta a dare libertà, autonomia, spazio, libertà di movimento, d'impresa, di creazione delle persone”. Un messaggio valido non soltanto per Roma, ma per l'Italia intera e che tutti noi dobbiamo saper cogliere...

“Carte segrete”, sottotitolo “Roma, l'Italia e il Pd tra politica e vita”,  nasce  dal dialogo intervista tra il giornalista Carmine Fotia, direttore de “Il Romanista” e autore del romanzo cult “Italianera” e Goffredo Bettini, uomo di grande esperienza politica e dall'alto profilo culturale, uno dei padri del Pd, fondatore dell’Auditorium e della Festa del Cinema di Roma.

Sebbene il libro tratti tematiche politiche legate alla storia della sinistra romana e al futuro del Pd e noi di “Chi mi consiglia un libro?” siamo abituati a parlare di letteratura e arte piuttosto che di politica in senso stretto, ci piace comunque molto l’idea di proporlo ai lettori e ne consigliamo caldamente la lettura perché, a nostro parere, va ben oltre i pur rilevanti contenuti politici di schieramento, nei quali chi ci legge può o meno riconoscersi.

“Carte segrete” ha il merito, infatti, di restituire alla politica quella dignità umana e quella passione, che oggi sembrano essere svanite, svilite e sepolte sotto la coltre di scandali, mala gestione e gestione autoreferenziale del potere. Lo fa offrendo al lettore una visione diversa che nasce prima di tutto dall'esperienza e dalla sensibilità di un uomo, che dell’impegno politico e sociale ha fatto uno dei motivi fondanti della propria esistenza, del proprio sentire umano.

Questo libro ci dice che la politica – quella con la P maiuscola - è prima di tutto passione, convinzione intima di voler e poter cambiare lo stato di cose, rovesciare le diseguaglianze economiche, sociali e culturali, spazzare via le ingiustizie, le sopraffazioni, le negazioni dei diritti dell’individuo e del popolo; è l’impegno che ogni singola persona ha il dovere e il diritto di profondere nelle attività quotidiane: questo è il primo messaggio importante che ci dà Bettini.

Tutto ciò oggi è reso opaco da un diffuso senso d’impotenza, che porta alla chiusura del cittadino in se stesso, all’alienazione da dinamiche sociali solidali, alla aberrante percezione che per sopravvivere, l’io non debba guardare in faccia nessuno, perché quando si è soli e lo Stato non è presente nei problemi reali, tutto diviene lecito: evadere le tasse, truccare i concorsi, chiedere raccomandazioni e l’eccetera dell’eccetera radicato nel nostro Paese.

In “Carte segrete” scopriamo così prima di tutto l'esperienza dell'uomo; ci sono le emozioni, le scelte ragionate, gli strappi inevitabili e le ricongiunzioni che rilanciano tutto e che proiettano verso il nuovo, alla ricerca dello sviluppo sociale; ci sono i movimenti infiniti dell'io che vuole appianare il dislivello tra chi è forte e potente e chi invece è debole e fuori dai fuligginosi giochi decisionali.

Leggendo si viene traghettati, con la piacevole percezione di degustare una storia vera e autentica, da una all’altra delle ere politiche e sociali attraversando le quali la capitale d'Italia ha assunto ogni volta un’espressione diversa: ora più benevola e generosa, ora più iniqua e impietosa, in certe fasi rivoluzionaria e in altre conservatrice, trascinata sempre da un incessante ondeggiare, così  vorticosamente legato al filo invisibile dell'eternità storica che le spetta.

Si parte così dai primi passi di un giovane, che ancora adolescente si avvicina alla politica in un tutt’uno inscindibile con l’amore per la cultura e in particolare per il cinema: un tempo le sale cinematografiche erano anche luoghi deputati ad accogliere le manifestazioni politiche ed è lì che Bettini iniziò a trovare la sua strada, a maturare il senso e il perché dell'appartenenza a un partito quale era l'allora Pci piuttosto che l'Msi, la Dc, il Partito Repubblicano, eccetera. Quando ancora non poteva essere tesserato per via dell’età, riusciva comunque a partecipare alla vita culturale delle sezioni grazie alla sua capacità naturale di spiegare senza timore a un pubblico vasto i significati delle pellicole cinematografiche, proiettate nel corso dei numerosi eventi organizzati dal partito.

Bettini ci descrive una Roma con meno palazzi e meno alberghi, una Roma in cui “c'era, ancora, l'idea che fuori dalle case si aprisse un palcoscenico da vivere, con le sue tragedie e le sue possibilità. La città aveva contorni più netti; sociali, umani, di passioni o di contrasti. C’erano suono e silenzio. Non il ronzio incessante di oggi che immerge tutti in una sorta di marmellata indistinta, dove si perde il confine dello spazio pubblico e si è più soli e un po' spersi.”

La passione per la città o il paese in cui si nasce, non può che avere inizio da piccoli quando tutto ciò che si vede e si prova, va ineluttabilmente a nutrire la personalità e la sensibilità future, e Bettini ci regala fotogrammi di una città che è stata, fino a farcela rimpiangere con un po' di sana malinconia.

“Ci radunavamo con i grembiulini nel cortile interno, divisi per classi sotto un tetto di vetro che aveva qualcosa di Liberty. Le strade, allora, erano piene di botteghe artigiane, salumerie grandi e fornite, panetterie; una all'angolo di fronte al mio portone, si chiamava Nobili, sfornava delle rosette leggere e croccanti che oggi è difficile trovare.”

Evocativa anche l'immagine del padre che avvocato elegante, dopo aver pranzato insieme a un Bettini piccolo, “si alzava con aria soddisfatta, faceva cenno di uscire e sulla porta, con noncuranza, alzava il braccio, racchiudeva le dita come a prendere una penna invisibile, le muoveva nell'aria disegnando qualcosa e poi, con voce sicura, confidenziale e un po' annoiata di doversi soffermare su tale questione, si rivolgeva all'oste: - Segna, segna! -. - Non si preoccupi, avvoca’ - quello rispondeva, non senza un pizzico di ansia nella voce”.

Da film o da ritratto d'artista, la descrizione di alcuni locali dell’epoca come la pizzeria San Marco: “Il pizzaiolo sembrava una palletta; maneggiava la pasta, prima di schiacciarla sul marmo con una bella sonorità, con l'agilità di un prestigiatore”. O come il ristorante La Barchetta: “un ritrovo talmente tradizionale che i camerieri con le giacche bianche avevano un qualcosa di antico e polveroso”.

Il dialogo entra nel vivo con le domande di Carmine Fotia molto attento a lasciar libere di vibrare le corde umane, emotive e passionali, prima ancora che quelle razionalmente politiche dell’interlocutore, e la narrazione attraversa la stagione democristiana degli anni Settanta, quella del Pentapartito degli anni Ottanta, la crisi di Tangentopoli, il Modello Roma perseguito da Rutelli e Veltroni, fino ad arrivare ai giorni recenti con  la Roma della destra di Alemanno e l'arrivo di Marino.

Ne esce un'analisi fine di Roma città, delle profonde trasformazioni del suo tessuto sociale e una critica attenta della storia politica della sinistra romana, che dona al lettore punti di vista e significati preziosi, a prescindere – lo ripetiamo - dall'orientamento politico personale.

Commovente il ricordo del rapporto con Pier Paolo Pasolini quando a metà degli anni Settanta Bettini, insieme agli altri giovani del Pci, riuscì a guadagnare la fiducia di uno dei più grandi intellettuali che l'Italia abbia mai avuto. Bella la scena della manifestazione in cui Pasolini pronunciò un discorso memorabile: “la sua voce limpida, che sembrava scaturire da epoche passate, tagliò il silenzio... Voto comunista, perché ricordo la primavera del '45 e poi quella del '46 e del '47. Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965 e anche quella del 1966 e del 1967. Voto comunista perché, nel momento del voto, non voglio ricordare altro”. Inutile dire che il discorso si chiuse con un'ovazione senza fine da parte dei presenti.

Un capitolo è dedicato all'era Petroselli, sindaco di Roma morto prematuramente mentre pronunciava un discorso, in modo simile a quanto avvenne a Berlinguer: un uomo politico che, dice Bettini, “stava chilometri avanti nel comprendere la nuova sensibilità dei cittadini... fu il primo, con una legge elettorale proporzionale e senza l'elezione diretta, a essere percepito come il sindaco dei cittadini, non solo legato ad una coalizione di partiti. Autorevole e libero, capace di decidere e di rappresentare l'intera città; con l'orgoglio civico di essere il primo cittadino di una Roma universale e bellissima.”

“La forza di Roma è racchiusa in un agglomerato urbano fisico e concreto contraddittorio, squilibrato, incompleto. Costantemente in bilico tra potenzialità e decadenza”. Bettini tiene a sottolineare quanto Roma sia una città complessa e incredibilmente difficile da governare, ma indica anche la ricetta citando le parole di Paolo Bufalini: “A Roma devi amare il popolo, ma devi combattere la demagogia e il populismo che è latente. Detesto i dirigenti che si muovono come canne al vento”.

Nel tempo Roma cambiava, si avvertiva il cambiamento, “l'esaurirsi di una forza propulsiva dei vecchi pilastri della sua economia – la pubblica amministrazione e l'edilizia – e al contempo l'emergere di nuovi ceti e di nuove professioni, poco rappresentate. Le potenzialità dell'innovazione e della ricerca, del terziario avanzato, che nella capitale costituivano un nucleo importantissimo, un concentrato di fattori per un possibile diverso sviluppo”. Uno dei principi base e ispiratori del Modello Roma, perseguito prima da Rutelli e poi da Veltroni e teorizzato, avviato e sostenuto dallo stesso Bettini era proprio questo, cogliere il cambiamento e saperlo interpretare: “si può mettere in moto la città, se si punta a dare libertà, autonomia, spazio, libertà di movimento, d'impresa, di creazione delle persone.”

La narrazione continua inarrestabile con le battaglie per la conquista politica di Roma, i cambiamenti profondi della sinistra con la prima dolorosa ma inevitabile transizione dal PCI al PDS, fino a concentrarsi improvvisamente sull’io, sull’esperienza umana, momento in cui Bettini mostra il coraggio e la trasparenza del leader. “Vai a capire se la depressione è una malattia, o uno stato di coscienza superiore di chi ha visto coscientemente o incoscientemente la verità. E per questo smette di lottare, di organizzare se stesso, di illudersi e di sognare, di voler esercitare potere e comando. Chissà, addirittura, se la follia è un'anomalia o il ritorno alle cose come stanno veramente. Freud parlava di noi come cavalieri in bilico su un cavallo, sempre pronti a essere disarcionati. È proprio così. Credo di essere diventato comunista per questa percezione acuta della nostra precarietà e debolezza, che in tutti i modi cerchiamo di trasformare in forza con artifici, invenzioni, ambizioni, scoperte tecniche, guerre e armamenti, miti e ideologie. Per ritrovarci, in verità, al punto di partenza.”

Fotia a un certo punto chiede a Bettini: “Ti sei riconosciuto più nel politico depresso o nel folle saggio?” e la risposta è questa: “Ma sono davvero due persone diverse? Non c'è grande politica senza una vena di follia. La politica è invenzione, rottura della continuità; sfida lo scorrere della storia ed è un'impennata della volontà, che spesso sorprende e scandalizza.”

Poi Bettini si sofferma sul Modello Roma, che espresse insieme “una sorta di simbolismo universale laico e un'attenzione verso gli ultimi, vissuta personalmente con molta intensità; e ulteriormente spingendo sullo sviluppo delle iniziative culturali, intese come occasione di civilizzazione e di crescita umana ed esistenziale, soprattutto dei giovani”.

La politica che Bettini teorizza e propone in “Carte segrete” è quella che vede la felicità dell’uomo al centro di tutto. “Ormai è sempre più accettata l'idea che lo stato di salute non si misura solo con il Pil. Nel Pil c'è tutto, ma rischia di non esserci la felicità delle persone”. A nostro parere questo è un punto importante: la sensibilità prima di tutto culturale e non esclusivamente numerica che l’uomo – poi anche – politico dovrebbe avere ed esercitare.

Seguono riflessioni sulla città metropolitana e sulle scelte da intraprendere per seguire la strada dello sviluppo e del miglioramento della vita delle persone. Dice Carmine Fotia citando Zygmunt Bauman: “questa separazione tra il centro dove vivono ceti cosmopoliti, ben inseriti nella globalizzazione della quale godono tutti i vantaggi e le periferie dove vivono gli esclusi, gli emarginati racchiusi nel proprio segmento urbano che invece ne subiscono gli svantaggi, fa diventare la metropoli il luogo dove più si manifestano le enormi diseguaglianze del nostro tempo.”

Oggi, a Roma, la responsabilità di rendere reali e tangibili questi indirizzi è in gran parte nelle mani del nuovo sindaco Marino, cui spetta il compito di amministrare un patrimonio culturale, sociale ed economico immenso: ma è necessario aggiungere che un contributo decisivo deve essere dato dalla presenza e dalla partecipazione di tutti i cittadini, di tutti gli strati sociali, economici e culturali.

Prima di esporre la sua visione del nuovo Partito Democratico, Bettini dedica alcuni pensieri a Renzo Piano e Luciano Berio, dei quali divenne amico al tempo in cui guidò la difficile costruzione dell'Auditorium, uno dei principali centri di cultura di Roma e tra i più prestigiosi d’Europa: “una caratteristica dei due cari amici mi è rimasta nell'animo: la capacità di ideare grandi cose, nella musica come nell'architettura, senza allontanarsi mai dagli elementi basici della creazione artistica. La loro umiltà nel gettare lo sguardo su questa dimensione materiale”.

Nelle ultime pagine, Bettini ribadisce il proprio impegno all'interno del centrosinistra e, in particolare, nel Pd gettando le basi di una nuova idea di partito, in cui venga data all'iscritto la possibilità di deliberare attraverso forme di democrazia partecipata: i circoli come luoghi in cui assumere le decisioni con regole e procedure limpide e semplici, le decisioni dei circoli come linea di partito. Agli iscritti dovrebbero essere posti i quesiti sulle questioni in merito alle quali il segretario avverte il bisogno di un contributo da parte dell'insieme della comunità che dirige.

Bettini auspica un partito come strumento capace d’interpretare la passione politica e il desiderio di partecipazione, che, nonostante tutto, continua ad essere presente negli italiani.

Sono ancora tanti i pensieri degni di essere evidenziati, come quando Bettini afferma che “lo Stato in Italia si rifà continuamente dal basso, attraverso la politica, l'azione delle masse, la loro capacità di unire, solidificare, far meglio funzionare la Repubblica. Quando ciò è venuto a mancare, sono arrivati i problemi”. O quando sostiene che “la sinistra moderna deve cogliere, dunque, le contraddizioni nel campo complicato e contraddittorio della vita. A poco servono ideologie astratte, apparati che su esse si fondano, parole magiche e consolatorie… Non è di sinistra, insomma, assomigliare troppo agli altri, perdere di vista il carattere universale del dolore e dell'offesa, scegliendo di rappresentare chi ha già forza organizzativa”. Come non essere d’accordo quando Bettini sostiene che la sinistra – e in generale l’attività politica – si deve esaltare nel lavoro delle fondazioni, delle associazioni, dei forum tematici, e che “ Internet e le nuove tecnologie possono aiutare, ma non possono essere sostitutive di uno spazio di relazione concreta e umana tra le persone”?

Per finire, consigliandovi ancora una volta di leggere il libro, riportiamo una citazione di Bettini tratta dalla Costituzione Italiana, che ha sempre la forza di metterci tutti d’accordo: “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il vero sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

È in nome di questo principio che ognuno di noi, nel suo piccolo e indipendentemente dalle proprie idee politiche, deve operare quotidianamente con la stessa passione e la stessa convinzione che non si può fare a meno di apprezzare leggendo “Carte segrete”.

(di Giancarlo Giuliani)

 

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