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da Troppa felicità (di Alice Munro)... dal racconto Dimensioni...
Gli articoli - I passi dei libri
Lunedì 14 Ottobre 2013 11:21

Doree doveva prendere tre autobus: uno fino a Kincardine, lí aspettava il secondo per London, e lí di nuovo aspettava quello urbano fino alla struttura...

Si mise in viaggio alle nove di una domenica mattina. Dati i tempi d'attesa fra un mezzo e l'altro, prima delle due circa non avrebbe percorso le cento e rotte miglia di strada. Stare tanto seduta, sia in pullman, sia nelle stazioni, non le sarebbe dovuto pesare. Il suo lavoro di tutti i giorni non era certo di tipo sedentario.

Faceva la cameriera al Blue Spruce Inn. Lustrava bagni, cambiava lenzuola, passava l'aspirapolvere sui tappeti e puliva specchi. Era soddisfatta di quel lavoro: entro certi limiti le teneva la mente occupata e la stancava tanto da lasciarla dormire, la notte. Di rado le succedeva di dover rimediare a veri e propri disastri, anche se alcune colleghe raccontavano storie da far rizzare i capelli. Erano tutte piú vecchie di lei, e tutte convinte che Doree dovesse cercare di farsi strada. Le dicevano che doveva impratichirsi e puntare a un lavoro dietro una scrivania mentre era ancora giovane e di bell'aspetto. A lei però stava bene quel che faceva. Non le andava di dover conversare.

Nessuna delle persone con cui lavorava era al corrente dell'accaduto. O, se lo erano, facevano finta di nulla. C'era stata la sua foto sul giornale: avevano messo quella con i tre bambini che le aveva scattato lui, il piccolo Dimitri in braccio, e Barbara Ann e Sasha su ciascun lato, con gli occhi fissi all'obiettivo. Doree al tempo aveva i capelli lunghi e mossi, castani e ondulati naturali, come piacevano a lui, e la faccia morbida e schiva, non tanto lo specchio della vera Doree, quanto di quella che lui voleva vedere.

Da allora, si era tagliata i capelli, li aveva decolorati e li portava corti e a ciocche ispide, e aveva anche perso parecchi chili. Si faceva chiamare con il suo secondo nome, adesso: Fleur. Non solo: l'impiego che le avevano trovato era in una cittadina a una discreta distanza da dove viveva allora.

Era la terza volta che faceva quel viaggio. Le prime due, lui si era rifiutato di incontrarla. Se l'avesse fatto di nuovo, avrebbe smesso di provarci. E se anche avesse accettato di vederla, probabilmente non sarebbe tornata per un po'. Non voleva esagerare. A essere sinceri, non sapeva bene cosa avrebbe fatto.

Sul primo autobus non fu particolarmente agitata. Viaggiava e basta, guardando il panorama. Era cresciuta sulla costa, dove esisteva una cosa chiamata primavera mentre da quelle parti l'inverno precipitava quasi senza soluzione di continuità nell'estate. Un mese prima c'era ancora la neve, e ora faceva abbastanza caldo da andare in giro sbracciati. Nei campi restavano abbaglianti pozze d'acqua, e il sole picchiava attraverso i rami spogli.

Sul secondo autobus cominciò a sentirsi nervosa e non poté fare a meno di chiedersi quali delle donne che aveva intorno potessero andare dove andava lei. Erano sole, perlopiú vestite con una certa cura, magari per dare l'impressione di essere dirette in chiesa. Le piú anziane sembravano membri di severe congregazioni all'antica, di quelle che impongono la sottana, le calze e il capo coperto, mentre le piú giovani potevano forse far parte di comunità piú aperte, disposte ad accettare tailleur pantalone, foulard a colori squillanti, orecchini e acconciature vaporose.

Doree non rientrava in nessuna delle due categorie. Per l'intero anno e mezzo da quando era stata assunta non si era comprata niente di nuovo da mettersi addosso. Stava in divisa al lavoro, e in jeans tutto il resto del tempo. Aveva perso l'abitudine di truccarsi perché lui non lo permetteva e, adesso che avrebbe potuto, non lo faceva comunque. Le ciocche ispide color granoturco stonavano con il suo viso ossuto e scialbo, ma non aveva importanza.

Sul terzo autobus si trovò un posto accanto al finestrino e cercò di mantenersi calma leggendo i cartelli - sia pubblicitari, sia stradali. Aveva escogitato un giochetto per tenersi la mente impegnata. Prendeva le lettere di qualunque parola su cui le capitasse di posare lo sguardo e cercava di stabilire quante parole diverse sarebbe riuscita a cavarne. «Gelati», ad esempio, dava «tela», «lega», e poi «lite» e «tale» e «alti» e «lati» e «lieta», mentre «bottega» produceva «botte» e «toga» e «gatto» e «botta» e - aspetta un po' - anche «getto». C'era scorta abbondante di parole in uscita dalla città, fra tabelloni, megastore, parcheggi, perfino palloni aerostatici ormeggiati sui tetti a scopo pubblicitario.

Doree non aveva detto niente a Mrs Sands dei due tentativi passati, e con ogni probabilità non le avrebbe raccontato nemmeno di quell'ultimo. Mrs Sands, che vedeva tutti i lunedí pomeriggio, parlava del dovere di andare avanti, pur precisando che ci sarebbe voluto del tempo, che non bisognava precipitare le cose. Diceva a Doree che si stava comportando bene, che andava a poco a poco riscoprendo la propria forza.

- Lo so benissimo che sono frasi scontate da morire, - disse, - ma restano comunque vere.

Arrossí nel sentirsi pronunciare quel «da morire», e tuttavia evitò di peggiorare la situazione scusandosi.

All'età di sedici anni - vale a dire sette anni prima -, per qualche tempo Doree era andata tutti i giorni dopo la scuola a trovare sua madre in ospedale. Era in convalescenza dopo un intervento alla schiena definito serio ma non pericoloso. Lloyd lavorava li come inserviente. In comune con la madre di Doree, Lloyd aveva un passato da hippy, pur essendo in effetti piú giovane di qualche anno, perciò tutte le volte che aveva un po' di tempo libero si presentava in camera e si metteva a chiacchierare con lei dei concerti e delle marce di protesta alle quali entrambi avevano partecipato, della gente strepitosa che avevano conosciuto, dei trip piú pazzeschi che si erano fatti con la droga e altre cose del genere.

Lloyd era amato dai pazienti per via delle sue battute scherzose e perché li sapeva prendere con mani forti e sicure. Era largo di spalle, ben piantato e abbastanza autorevole da essere scambiato a volte per un dottore. (Non che la cosa lo lusingasse, peraltro: a suo giudizio, gran parte della scienza medica era una truffa e tantissimi medici, degli emeriti coglioni). Aveva la carnagione rossastra e delicata, i capelli chiari e lo sguardo audace. Baciò Doree in ascensore e la paragonò a un fiore del deserto. Subito dopo rise da solo, commentando: - Come mi sarà uscita, questa?

- Magari sei un poeta, e non lo sai, - ribatté lei, per essere cortese.

Una notte, sua madre mori all'improvviso, per un'embolia. Aveva un mucchio di amiche che sarebbero state disposte a prendersi in casa Doree - e per un certo periodo in effetti si trasferí da una di loro -, ma il nuovo amico, Lloyd, era quello che preferiva. Prima di compiere diciassette anni, Doree si ritrovò incinta, e poi sposata. Lloyd non si era mai sposato prima, pur avendo almeno un paio di figli sparsi chissà dove. A quel punto, comunque, dovevano essere grandi. Invecchiando, la sua filosofia di vita era cambiata: ora credeva nel matrimonio e nella fedeltà, ed era contrario al controllo delle nascite. Inoltre trovava che la Sechelt Peninsula, dove lui e Doree risiedevano, fosse troppo affollata di gente ormai: vecchi amici, vecchie abitudini, vecchi amori. Di lí a poco si trasferirono dall'altra parte dello stato, in una località che avevano scelto dal nome sulla carta geografica: Mildmay. Non abitavano nemmeno in paese; affittarono una casa in aperta campagna. Lloyd trovò lavoro in una fabbrica di gelati. Si fecero un orto. Lloyd sapeva tante cose sulla coltivazione degli ortaggi, nonché sulla carpenteria domestica, sul funzionamento di una stufa a legna e sulla manutenzione di una vecchia auto.

Venne al mondo Sasha.

- Normalissimo, - disse Mrs Sands.

- Ah sí? - disse Doree.

Doree si sedeva sempre sulla sedia a schienale rigido che stava di fronte alla scrivania, anziché sul divano con i cuscini, rivestito di stoffa a fiori. Mrs Sands spostava la propria sedia a fianco della scrivania, di modo che potessero parlarsi senza barriere di sorta.

- In un certo senso mi aspettavo che succedesse, - disse. - Credo che al suo posto avrei potuto fare la stessa cosa.

Mrs Sands non si sarebbe espressa in questi termini all'inizio. Anche solo un anno prima sarebbe stata piú cauta, sapendo che al tempo Doree si sarebbe ribellata al pensiero che chiunque, un'anima viva qualsiasi, potesse presumere di mettersi nei suoi panni. Ormai invece era sicura che avrebbe preso quelle parole come un semplice tentativo, peraltro sommesso, di capire.

Mrs Sands non era come certe altre della categoria. Non era energica, non era magra, non era bella. E nemmeno troppo vecchia. Aveva grossomodo l'età che avrebbe avuto la madre di Doree, anche se non dava l'idea di essere mai stata una hippy. Teneva i capelli grigi tagliati corti e aveva un neo sporgente su uno zigomo. Portava scarpe basse, pantaloni larghi e bluse a fiori. Anche quando erano color lampone o turchese, quelle bluse non comunicavano l'impressione che a Mrs Sands importasse sul serio di quel che metteva addosso; era piú come se qualcuno le avesse detto che doveva curare il suo abbigliamento e lei fosse disciplinatamente andata a comprarsi qualcosa per obbedire al consiglio. La sua sobrietà, generosa, impersonale e garbata com'era, svuotava quegli indumenti di ogni squillante provocazione, di ogni oltraggio.

- Comunque, le prime due volte non l'ho neanche visto, - disse Doree. - Non ha voluto presentarsi.

- E questa volta, sí? E venuto?

- Sí. Ma io per poco non lo riconoscevo.

- Era invecchiato?

- Mi pare di sí. Credo sia un po' dimagrito. E poi, quei vestiti. L'uniforme. Non l'avevo mai visto con roba del genere addosso.

- Le è sembrato una persona diversa?

- No -. Doree si morse il labbro superiore, cercando di capire dove fosse la differenza. Lui era cosí immobile. Non l'aveva mai visto tanto immobile. Sembrava non sapesse nemmeno di doversi sedere di fronte a lei. La prima cosa che gli aveva detto era stata: - Non ti siedi? - E lui aveva risposto: - Si può?

- Era come assente, - disse. - Mi sono chiesta se lo tengono sotto farmaci.

- Può darsi che gli diano qualcosa per stabilizzarlo. Ma guardi che non lo so. Vi siete parlati?

Doree si chiese se si potesse dire di sí. Lei gli aveva fatto qualche domanda idiota, banale. Come stava? (Okay). Gli davano abbastanza da mangiare? (Pensava di si). C'era un posto dove poteva passeggiare, volendo? (Si, ma sotto sorveglianza. Lo si poteva chiamare un posto, perché no. Lo si poteva chiamare passeggiare, perché no).

Lei gli aveva detto: - Un po' d'aria ti fa bene.

E lui: - È vero.

Stava quasi per chiedergli se si era trovato degli amici. Come si fa con un figlio che va a scuola. Come si farebbe con i propri figli, se andassero a scuola.

- Certo, certo, - disse Mrs Sands, sospingendo la scatola pronta dei kleenex. Doree non ne aveva bisogno; gli occhi, li aveva asciutti. Il problema arrivava dal fondo dello stomaco. Conati.

Mrs Sands si limitò ad aspettare, sapendo bene di non dover intervenire.

E come se avesse intuito quello che stava per chiedergli, Lloyd l'aveva informata che uno psichiatra veniva a parlargli ogni tanto.

- Io gliel'ho detto che perde solo tempo, - aggiunse. - Ne so quanto lui.

Erano state le uniche parole in cui le era sembrato di riconoscere Lloyd, in qualche misura.

Il cuore non aveva smesso di batterle forte per tutta la visita. Pensava di poter svenire, o morire. Le costava una tale fatica guardarlo, ammetterlo dentro il suo campo visivo nella attuale versione di uomo grigio, sottile, freddo eppure esitante, che si muoveva a scatti meccanici ma scoordinati.

Tutto questo non l'aveva detto a Mrs Sands. Mrs Sands avrebbe potuto chiederle - con delicatezza - di chi avesse avuto paura. Se di se stessa o di lui.

Ma quella non era paura.

 

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