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22 Luglio (di Matteo Ranghetti)
Gli articoli - I racconti dei lettori
Tuesday, 09 November 2010 10:43
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Giornata grigia. Lo stereotipo di giornata grigia. È triste vedere il sole sconfitto dalle nuvole, è come realizzare all’improvviso che qualcosa non funziona, che potrebbe piovere da un momento all’altro. Che potrebbe non piovere mai.

Il grigio, quello che ti avvolge stretto e lentamente ti invade. Quello che ti divora l’anima.
Lui è in strada. Non ha difese, in questo momento, non può proteggersi e lo sa, lo sa benissimo. Si lascia attraversare dagli eventi, dal grigiore di questi attimi. Cammina in fretta e non riesce a capire se è giusto. È la voglia che lo spinge ad affrettarsi, la consapevolezza che sarà l’ultima volta lo porta invece a rallentare (l’ultima volta. Dopo tante, l’ultima volta. È difficile immaginare un’ultima volta per qualcosa che si pensava potesse non finire mai, è difficile concepire che stavolta non sarà un ciao a congedarli, che addio sarà la parola, che non ci sarà mai più un noi, che la distanza sarà incolmabile e definitiva). Ma è la voglia a prevalere, adesso, così accelera. Passi veloci e precisi - una precisione incredibile per un gesto così semplice - un avvicendarsi di movimenti identici. Guarda dritto avanti a sé. Non c’è leggerezza, in tutto questo.
Ora è davanti al portone d’ingresso. Indugia sul campanello - l’ultima volta che lo suono - pensa.

Così aspetta un momento, come se quel gesto divenisse improvvisamente il più importante della sua vita, come se volesse ripagare l’indifferenza col quale è stato compiuto tutte le altre volte. Adesso è fondamentale, quel piccolo tocco. Fondamentale e bellissimo. Si rende conto soltanto ora che non l’aveva mai nemmeno guardato attentamente, quel campanello. Non conosce nemmeno un nome tra quelli scritti sopra e sotto quello di lei.

Lui suona, lei non risponde. Sanno già tutto. E salire le scale è un altro rituale che diventa vivo e importante; ogni scalino è cuore che batte, è vita che passa, e così tutto il resto, le crepe nel pavimento, la finestra del pianerottolo, aperta... quasi non sapeva esistesse. C’è molta polvere, sul davanzale. Un denso strato che fa venire voglia di scriverci qualcosa con le dita. Si ferma un momento ed osserva, per la prima volta. Non guarda, sia chiaro. Osserva. La vista è sul fiume. Sarebbe stato bellissimo passare un po’ di tempo qui, sul pianerottolo, e guardare l’acqua scorrere lenta. Insieme. D’estate. Sarebbe stato bellissimo, pensa.
Arriva alla porta. É socchiusa, a dire “ti stavo aspettando”. La spalanca completamente, più lentamente del solito - l’ultima volta, anche questa è l’ultima volta - ed entra. Lei è in piedi, vicino al frigorifero, con un bicchiere d’acqua in mano. Lui la guarda e d’improvviso si accorge che forse... forse non è vero, forse è il grigiore che adesso lo dilania, ma se ne accorge, proprio ora, che forse... forse come il campanello, le scale, la finestra ed il fiume, l’aprire la porta... che forse non ha vissuto nemmeno lei. Non come avrebbe dovuto. Non come in questo momento desidererebbe di aver fatto.
Lei appoggia il bicchiere sul tavolo. Lui pensa che sotto la tovaglia non sa nemmeno di che colore sia, quel tavolo. Allora gli si avvicina ed alza leggermente il velo. Legno. Che stupido, avrebbe dovuto intuirlo. Un bel legno chiaro. In tutto questo tempo nemmeno una parola. Prima lui la guardava col bicchiere in mano, ora lei lo vede affondare il dito nello stesso bicchiere, annegarlo nell’acqua ed avvicinarsi lentamente. Le è quasi addosso, sente i loro respiri mescolarsi... alza la mano sul suo viso, e con lo stesso dito le bagna le labbra. Morbide. Lei sente l’acqua fresca su di sé. Nemmeno una parola. Lui passa il dito ancora, ed ancora, sul giaciglio stupendo che è la sua bocca, e poi le si avvicina, timoroso, lo ha fatto un’infinita di volte ma ora è diverso, ora ha paura, e lo sente nella lentezza dei suoi gesti, lei ha tutto il tempo di sentirlo arrivare - morirò, pensa - e si incontrano. Le sue labbra, morbide e bagnate, con quella bocca di uomo, si trovano, si sfiorano. Le mordicchia il labbro - lei lo adora - e le loro vite si scelgono, ancora una volta, per l’ultima volta (ancora una volta per l’ultima volta ancora una volta per l’ultima volta).
Le bacia il collo. Dalla base, a salire fino all’orecchio per morderlo, leccarlo, per farle sentire il suo respiro, e ancora a scendere fino alla spalla, a sbottonarle la camicetta, unico ostacolo tra la bocca e la sua spalla, tra la bocca ed il suo seno. Ed è inutile chiedersi come in tutto questo riescano a ritrovarsi stesi sul letto, non lo sanno come ci siano riusciti, non sta smettendo di baciarla, non ha nemmeno gli occhi aperti, ma ci sono arrivati, la camicetta è soltanto un ricordo e lui è sul suo seno, a conquistarlo, con le mani e con le labbra, e poi più in basso, a leccarle il ventre e pensare che se davvero è l’ultima volta, farà in modo che non finisca mai. E toglierle la gonna, levarle l’ultimo ostacolo, è una necessità, non può più smettere di muovere la bocca su di lei, ovunque, nelle pieghe più nascoste, e dentro di lei, risalire sul suo seno per poi tornare ancora giù, e sentirla respirare fortissimo, gemere, e desiderare che non smetta mai e allora continuare, con la bocca sul suo petto e con le dita dentro di lei, fino in fondo, a svelarne ogni mistero, a smascherare ogni pudore, a disarmarla e guardare il suo viso, bellissimo. La sua bocca socchiusa.
Allora è soltanto un attimo incrociare gli sguardi e capire che è il momento di essere una cosa sola, un solo corpo, una sola vita. Ora hanno bisogno di essere ancora una volta un’unica ombra, proiettata sul muro della stanza da un sole che, pallido, ha fatto capolino tra il grigio delle nubi.
Dentro di lei. A viversi così intensamente da pensare che non sia possibile tutto questo - l’ultima volta, l’ultima volta - ad ansimare, e gemere, a cercare di restituirsi le cose che sono rimaste dentro, le parole non dette, i gesti a metà, le attenzioni mancate... a restituirsi tutto, in questo istante lunghissimo, fino a sentirla sussurrare “non fermarti” e sentirsi morire, dentro di lei. Fino a disintegrarsi, l’uno nell’altra. Per l’ultima volta.
Poi, resta ancora il silenzio. Uno sguardo lungo come una vita, forte come un’onda che si infrange sugli scogli.
E il silenzio. Un tempo indefinito. Poi le parole. Le ultime, ancora una volta.

- Quando parti?

- Adesso.

(Qualcuno potrebbe chiedersi il perché di tutto questo. Perché lei non può restare o lui non può partire con lei. Al perché lei non potrà più tornare e perché non si potranno ritrovare. Ma non bisogna chiederlo. A volte non c’è niente da domandare, perché semplicemente non ci sono risposte. Loro sanno tutto. Dentro di loro, lo sanno. Hanno la loro domanda e la loro risposta, entrambi. Sanno che non si rivedranno mai più. Che non si sentiranno mai più. E sanno che è la cosa giusta. Uno potrebbe passarci la vita, a chiedersi il senso di tutto questo. Beh, sarebbe tempo sprecato.)
Esce dall’appartamento. L’ultima volta. Stesso rituale dell’arrivo, a ritroso. Chiude la porta, la osserva a lungo. Scende le scale e si sofferma di fronte alla finestra. Guarda fuori, e poi... poi si guarda il dito. Quello col quale ha bagnato le labbra di lei. Indugia un momento, lo appoggia al davanzale. Polvere.
Scende l’ultima rampa e si sofferma fuori dal portone, a osservare il campanello. Lo accarezza col dito - ancora lo stesso - senza premerlo. Poi se ne va . Passi lenti, stavolta. Non c’è fretta.
Non c’è più nessuna fretta.
Lei aspetta qualche minuto in casa. Non vuole vederlo mentre si allontana. Vuole conservare per sempre l’immagine di poco prima, lui che la ama. Non che scende le scale, non che cammina verso chissà dove, ma sopra di lei. Ad amarla.
La valigia è già pronta, la teneva sotto il letto. Lo guarda, quel letto, e sorride. Un sorriso amaro. Prende il bagaglio ed esce. Stesso rituale di lui. Ultima volta, anche per lei. Chiude la porta, scende le scale, si sofferma alla finestra. Guarda intensamente il fiume, l’acqua scorrere lenta. Poi osserva il davanzale. Incisa nella polvere, una scritta.
“Sarebbe stato bello guardarlo insieme...”

Si. Sarebbe stato bellissimo.

 

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