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"La sindrome Boodman" di Alessandro Baricco
Gli articoli - I racconti
Lunedì 08 Novembre 2010 12:31

“Ancora un momento, cara… Giusto il tempo di finire”.

Il giudice Boodman aveva pronunciato la frase con una certa dolcezza ma senza alzare gli occhi dalla scrivania. Rassegnata e devota, la moglie Anne – nata a Princeton e dunque sorella della famosa amazzone – lasciò la stanza e tornò a intrattenere gli ospiti. Nello studio tornò il
silenzio.
Da quattordici anni tre mesi e undici giorni il giudice Boodman – gentiluomo noto e stimato
in tutta la Contea – aveva deciso di concedersi all’abitudine di far arrivare l’ora di cena
intrattenendosi con un solitario. Mai, in tutto quel tempo, era venuto meno al dilettevole
impegno. Poteva essergli successo di saltare la cena, questo sì. Ma il solitario, mai. Nella
circostanza, il giudice aveva scelto l’Imperatrice: e la cosa, come ebbe poi a notare il dottor
Benedikt, non è da considerarsi ininfluente ai fini della tragedia che, a partire da quella sera,
avrebbe segnato il suo triste declino. L’Imperatrice non è infatti un semplice solitario: è un
solitario mostruoso. Si gioca con quattro mazzi e già solo il disporre sul tavolo lo
schieramento iniziale (73 carte collocate secondo apprezzabili geometrie) richiede il suo
tempo. Se qualsiasi solitario è un privato duello con il caso l’Imperatrice è un duello tutto
particolare: più complesso e, in certo modo, solenne.

Ciò può in parte spiegare perché, quella sera d’agosto del 1945, il giudice Boodman se
ne stesse chino sulla sua scrivania con un’attenzione che si sarebbe anche potuto definire
esagerata. Sotto ai suoi occhi le carte disegnavano un quadro che qualsiasi competente
giocatore non avrebbe esitato a giudicare promettente. Tutto sembrava annunciare il raro
evento di un’Imperatrice riuscita. Fu dunque con motivato ottimismo che il giudice Boodman
prese una carta dal tallone e la girò. Sette di fiori. Poteva essere un cinque di quadri o un fante
di picche o un dieci di cuori e la sua vita sarebbe scivolata serenamente verso una serena
vecchiaia. Ma era un sette di fiori: e quella vita deragliò, impercettibilmente, verso la tragedia.
Il giudice rigirò a lungo la carta tra le dita vagando con gli occhi sull’enorme schema che
copriva la sua scrivania. Niente da fare: non c’era un solo posto dove quel miserabile sette di
fiori potesse servire a qualcosa. Studiò meticolosamente ogni possibilità e andò alla ricerca di
qualche precedente, possibile dimenticanza. Niente. Ancora una volta – e questa volta in
modo perfido – l’Imperatrice aveva vinto.

Il giudice Boodman era persona di ferrei principi e intransigente caratura morale. Tutti
i tribunali dello Stato avevano potuto verificarlo. Non deve stupire dunque che in quattordici anni tre mesi e undici giorni mai una volta lo avesse sfiorato l’idea di barare al solitario. Né
cesserà mai di stupire il fatto che proprio quella sera – sera in tutto uguale alle altre – gli toccò
in sorte di pensare, per la prima volta, a quella deprecabile possibilità. Barare a un solitario è
un nulla. Eticamente e tecnicamente è un gesto di comprovabile insignificanza e semplicità.
Ma nell’indice della mente del giudice non era previsto. Vi comparve in quel modo aspettato,
come venuto dal nulla, portato da una misteriosa epifania. E quel che doveva succedere
successe. Il giudice alzò gli occhi, lesse oziosamente l’ora sulla pendola (sei e un quarto),
constatò che nella stanza non c’era nessuno e poi, senz’altra spiegazione che quella
dell’umana debolezza, rimise il sette di fiori nel mazzo, esitò un attimo e sollevò un’altra carta
dal tallone. Fante. Fante di picche.

Una decina di minuti più tardi il giudice Boodman raggiungeva gli ospiti mescolando
alla cordialità dei saluti le sue più umili scuse per il piccolo ma imperdonabile ritardo. Un
occhio attento avrebbe riconosciuto in lui quell’eccesso di giovialità che solo i mariti
nell’istante in cui, avendo tradito la moglie, appurano di averla fatta franca.
Solo alcuni giorni dopo il giudice Boodman iniziò a maturare la convinzione che,
seppur in modo indiretto e certamente anomalo, non l’aveva assolutamente fatta franca. Tutto
iniziò con una notizia un po’ vaga pubblicata dai giornali: gli americani avevano sganciato
una bomba di enorme potenza su una città giapponese. Ci volle qualche tempo perché il
giudice Boodman acquisisse tutti gli elementi utili a identificare, in quella notizia, l’inizio
della sua fine: la città giapponese si chiamava Hiroshima, la bomba era una bomba atomica,
l’aereo che l’aveva sganciata era un B 29 soprannominato Enola Gay (dal nome della madre
del comandante) e soprattutto: la bomba era esplosa – inaugurando una nuova era di terrore –
alle 8 e 16 (ora di Tokyo) del 6 agosto. A migliaia di chilometri di distanza, in quel preciso
istante il giudice Boodman stava infilando un sette di fiori nel mazzo, estraendone subito
dopo un fante di picche. La cosa, per molti uomini, non avrebbe rappresentato altro che una
curiosa coincidenza. Ma il giudice Boodman era un uomo strano e, come si è già sottolineato,
di significativa caratura morale. Non ebbe dubbi: la bomba non sarebbe mai stata sganciata se
lui non avesse barato al solitario. Quella bomba era il castigo di una colpa che era solo sua.
Non è facile essere l’uomo che ha causato la prima catastrofe nucleare, e infatti il
giudice Boodman iniziò a soffrire di insonnia e a cadere in periodici stati di confusione
mentale. Il sopraggiungere di un infarto e la lunga convalescenza lo portarono a uno stato di
prostrazione fisica e psichica nei confronti del quale l’affetto della moglie Anne e dei figli
Simon e Peter si rivelarono alla lunga impotenti. Nonostante i loro sforzi, il giudice si
mostrava indifferente a tutto: l’unica cosa che lo risvegliava dalla sua abulia era una
spasmodica e irragionevole curiosità per tutto ciò che potesse riguardare la bomba di
Hiroshima. La famiglia, che non conosceva il suo intimo dramma, assecondava questa sua
mania, senza peraltro potersela spiegare. Per un po’ il giudice fu affidato alle cure del suo
medico personale, dottor Wright, e di alcuni farmaci antidepressivi. Poi, quando iniziò a dare
chiari segni di squilibrio mentale, fu chiaro a tutti che era divenuto necessario l’intervento di
qualche prestigioso psichiatra. Il giudice fu portato in una nota clinica della zona. Non oppose
alcuna resistenza. Solo chiese che nella sua stanza, di fianco al letto, fosse appesa una foto che
aveva tempo prima strappato da un rotocalco a grande tiratura. La foto mostrava un fungo
atomico, era stata scattata in qualche atollo del Pacifico, ed era a colori.
Il medico che lo curò si chiamava Benedikt. “Il cognome è quello con la
kappa” come lui steso aveva imparato a ripetere fin da bambino. Suo padre, Aulo Benedikt,
aveva a lungo tentato di far soldi costruendo pianole meccaniche secondo un particolare
brevetto a cui lavorò per anni fino a portarlo a perfezione intorno al 1940, e cioè esattamente
quando la richiesta di pianole meccaniche crollò definitivamente in tutta Europa e, in
definitiva, in tutto il mondo. Non fu un uomo dalla vita facile e ciò può aiutare a comprendere
la sottile perfidia in cui, il 4 agosto 1913, in un grigio ufficio dell’Anagrafe, scelse per il suo
unico figlio l’unico nome sbagliato tra i mille possibili. Il figlio si vendicò diventando
psichiatra.
In questa veste, come s’è detto, curò il giudice Boodman dal 1946 al 1951. Fin
dall’inizio si rese conto di essere di fronte a un caso straordinario di interesse scientifico.
Boodman – contrariamente a quanto pensavano i suoi nipoti Dick, Till, Polt, Mariane e
Louise Anne Adelaide – non era pazzo. Non in senso clinico, almeno. Il complesso di colpa
che abitava la sua mente non era stato originato da un evento in sé, quanto dalla scioccante e
posteriore interpretazione di quell’evento. A scompigliare la mente di quel giudice non era
stato il gesto minimo di barare al solitario ma la convinzione che ci fosse un nesso,
sotterraneo ma oggettivo, tra quel gesto e una catastrofe dell’umanità. In questa particolare
operazione logica il dottor Benedikt riconobbe qualcosa che non era imputabile alla
contingente singolarità di una mente spiritosa, ma che era riconoscibile come una tendenza
inconscia assai diffusa nel senso comune: la tendenza a credere che sotto la rete delle causalità
esplicite il corso del mondo sia regolato da invisibili connessioni che abbinano le inezie a
grandi eventi, in particolare al generale, il minimo allo straordinario. Le origini di una simile
“credenza” erano sufficientemente misteriose e le sue conseguenze cliniche sufficientemente
temibili da convincere il dottor Benedikt di trovarsi di fronte a una sindrome degna di essere
analizzata e studiata: quella che, per sua iniziativa, va ancor oggi nota come sindrome
Boodman.
Ad essa il dottor Benedikt dedicò tutta la sua vita, con una dedizione e una
intransigenza tali da procurargli una cattedra all’Università dell’Oregon, la stima del mondo
scientifico internazionale, un considerevole conto in banca, un divorzio, periodici disturbi al
duodeno mai sfociati in una vera e propria ulcera e, negli ultimi anni, un curioso tic che lo
portava a contrarre improvvisamente tre dita della mano destra lasciando tesi e irrigiditi
l’indice e il mignolo. La curiosa coincidenza del risultato finale con un volgare gesto dal
significato inequivocabile rendeva la cosa, com’è comprensibile, particolarmente penosa.
Da principio (come ha splendidamente raccontato Joseph Adelgrass nel suo
encomiabile Doktor Benedikt. Das Leben, Das Werk) il dottor Benedikt si preoccupò di
censire un numero di casi clinici sufficiente a giustificare la definizione di una vera e propria
sindrome. Sapeva che il giudice Boodman non era un’eccezione insignificante ma la punta di
un grande iceberg clinico. Lui era uno: doveva trovare gli altri studi. Spedì questionari a tutti i
colleghi con cui coltivava una certa consuetudine e si impegnò personalmente in un capillare
lavoro di indagine. I sei quaderni in cui annotò i risultati del suo lavoro (e che sono stati
meritoriamente riportati alla luce dal già citato professor Adelgrass) testimoniano le difficoltà
che segnarono, in una prima fase, l’impresa.

14 marzo
Sig. Burt Malone
“Ha mai potuto verificare delle curiose coincidenze tra avvenimenti della sua vita
privata e significativi eventi storici? ”
“La mia vita privata è un evento storico. ”
“Prego? ”

21 aprile
Sig. na Aurelia Croft
“Le è mai capitato di notare come certi suoi piccoli gesti avessero indirettamente
causato clamorose catastrofi dell’umanità? ”
“Senti tesoro, io i soldi li prendo per scopare. Se ti va di parlare aggiungi un bel
centone e lo dici chiaramente, ok? ”

Ben presto, tuttavia, incominciarono ad arrivare le prime, significative conferme. Un
fabbro dell’Ohio gli scrisse per confessargli che non poteva picchiare la moglie senza che,
simultaneamente, deragliasse un treno della Burton Railways Company: allegava
documentazione (ritagli di giornali e foto della moglie con ecchimosi). A Stoccarda viveva un
professore di matematica che non poteva masturbarsi senza provocare, nel sud d’Italia, più o
meno ingenti scosse di terremoto. Un sir di cui è prudenza tacere il nome si era suicidato non
riuscendo a liberarsi dalla convinzione di aver causato il naufragio del Titanic: alla stessa ora
dello stesso giorno aveva lasciato la stanza d’albergo Titanic di Bristol portandosi via l’intero
set di asciugamani. Un farmacista dell’Essex causava epidemia nel Terzo Mondo ogni volta
che calpestava un tombino (menava ora vita ritirata in un paesino della campagna irlandese),
la moglie di un apprezzato chirurgo francese scatenava violentissimi tifoni nell’Estremo
Oriente ogni volta che cucinava melanzane fritte, un pianista russo aveva smesso di eseguire
in pubblico la Ballata op. 23 di Chopin dopo aver verificato che la cosa, in passato, aveva
causato, con disarmante puntualità, la morte di una qualche star del cinema.
Nel giro di un paio d’anni, il dottor Benedikt riuscì a mettere insieme 218 casi di
accertata sindrome di Boodman. E fu sulla base di una simile, non irrilevante casistica che
redasse il primo studio ufficiale sull’argomento, pubblicato dalla prestigiosa “International
Psychiatric Review” nel marzo del 1954. L’accoglienza degli studiosi fu tiepida. Lo stesso
professor Adelgrass, nella sua già citata monografia, ammette che in quella prima e
provvisoria stesura la teoria di Benedikt tradiva una certa fragilità d’impianto e qualche
deduzione affrettata. Sulla base dei casi studiati, il testo fissava due principi atti a spiegare la
genesi del male e le linee portanti di un’eventuale terapia:
1) gran parte dei soggetti colpiti dalla sindrome coltivava una più o meno sotterranea
ossessione per l’ordine. Nell’attribuire nessi precisi tra gesti insignificanti ed eventi clamorosi
si manifestava l’esigenza di “controllare” la realtà attraverso la certificazione di oggettivi
rapporti di causalità. Il fatto che questa attribuzione portasse a precise e dolorose assunzioni
di responsabilità era considerata una sorta di garanzia dell’autenticità del processo. Il dolore e
il complesso di colpa che seguivano al gesto compiuto e alle sue rovinose conseguenze erano inconsciamente vissuti come prezzo della liberazione dall’angoscia di un caos indistinto e incontrollabile;
2) nella stragrande maggioranza dei casi studiati (181 su 218) il gesto scatenante la
sindrome era un gesto colpevole: o quanto meno era vissuto come tale dal soggetto malato. Il fatto che portasse a conseguenze pubbliche e drammatiche diventava così il meccanismo attraverso cui la colpa veniva smascherata e punita. La sproporzione tra colpa e castigo (così evidente, ad esempio, nel caso del giudice Boodman) indicava altresì una sotterranea forma di megalomania o la presenza di grosse frustrazioni esistenziali. Buona parte dei soggetti colpiti dalla sindrome credeva di essere Dio o aveva messo in conto di esserlo.

Per quanto fragili e, in certa misura, ovvi, questi due principi ispirarono per tutti gli
anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta le ricerche del dottor Benedikt. Approfonditi e aggiornati, compaiono in tutte le sue successive pubblicazioni, accolte dalla comunità scientifica con un interesse via via crescente. Mentre giungevano i primi riconoscimenti ufficiali, il dottor Benedikt si dedicò a sperimentare terapie diverse su soggetti volontariamente offertisi alle sue cure. Fu questa, forse, la parte più affascinante del suo lavoro. I successi collezionati in breve tempo lo portarono a considerare con serietà l’ipotesi di potersi ritenere uno psichiatra di successo. Lo reclamavano, dalle più diverse parti del mondo, i malati più strani: tutti, in qualche modo, affetti da sindrome di Boodman. Il dottor Benedikt selezionava le richieste e si dedicava ai casi più interessanti. Fu nell’estate del 1961 che, tra gli altri, si rivolse a lui un antiquario di Seattle. Si chiamava Providence Providence.
Per una sorta di puerile istinto di complicità, il dottor Benedict Benedikt accettò di occuparsi di lui. Sembrava una decisione da nulla. Come si vedrà, non lo era.

Providence Providence aveva 51 anni, una moglie cattolica di sei anni più giovane, e due figli: Arthur (militare di carriera) e Anne (insegnante di educazione fisica in un college nel Maine). Una famiglia felice. Tutto faceva presagire, per Providence Providence, una serena terza età. Ma, volendo attenersi ai fatti, non si può non registrare come, il 12 luglio 1960, l’antiquario di Seattle si trovò a seguire un ragazzo di cui non avrebbe mai saputo il nome fin dentro al cinema Stars e, in seguito a pochi ma significativi preamboli, a consumare la sua prima esperienza omosessuale tra le sedie di legno del suddetto locale. Erano le cinque del pomeriggio. Alla stessa ora, a non più di cinquecento metri dal cinema, un proiettile spezzava la spina dorsale di Wallace Ridde, proprietario di una catena di alberghi e senatore dello Stato. Non c’era nessuna ragione per collegare l’impensabile e deplorevole incidente accaduto allo Stars e l’efferato omicidio: e infatti Providence Providence, per quanto fortemente turbato da ciò che gli era successo, non li collegò. Ma la singolare coincidenza gli tornò alla memoria quando, un mese e mezzo dopo, il capo della polizia locale fu trovato impiccato sotto il Jefferson Bridge. La morte fu fatta risalire alla sera del 22 agosto: in quel momento Providence era in un garage a consumare con sorprendente soddisfazione la sua seconda esperienza omosessuale con un assicuratore newyorchese di 26 anni. Providence Providence cominciò a trascurare il lavoro, ad apparire stranamente scostante con gli amici e inspiegabilmente taciturno in famiglia. Nei mesi che seguirono lottò segretamente con le proprie inaspettate inclinazioni, imponendosi una severa disciplina di vita. Ma poiché, come più volte è stato verificato, la carne è debole, si ritrovò per ben tre volte a ricadere in quello che non esitava a considerare un infame peccato. A farne le spese, con disarmante puntualità,
furono: Jeff Cosman, avvocato e candidato al Senato, perito in un incidente stradale la cui dinamica non fu mai chiarita, Bill Wright, dirigente sindacale di Seattle, vittima di un attentato di chiaro stampo mafioso, e Kurten Callemberg, colonnello dell’esercito e consigliere militare del Presidente, ripescato nelle acque del Blatt Lake con un’incudine da 43 chili legata alle caviglie. Providence Providence registrò con flemmatica scientificità le tre coincidenze.
Fece in tempo a notare che, di volta in volta, la disgrazia sembrava colpire personaggi di sempre più alto profilo. Poi uscì di senno.

Il dottor Benedikt lo prese in cura nel febbraio ’62. Fedele ai propri principi, iniziò col combattere la fobia per il disordine che – scoprì – accompagnava Providence fin da bambino.
Poi puntò al cuore del problema: e in soli quattordici mesi di terapia indusse il suo paziente ad accettare la propria omosessualità e a non nasconderla più. La famiglia reagì con composto smarrimento. Providence riprese a lavorare e ritrovò un certo equilibrio psichico. per la sua completa guarigione mancava un ultimo, fondamentale, tassello: quello che nel linguaggio del dottor Benedikt veniva definito come “la riappropriazione dello shock”.

“Dottore, Lei vuole dire che dovrei tornare a cacciarmi in un cinema di periferia con
uno di quei benedetti ragazzini? ”
“Anche in una sauna può andare benissimo. ”

Providence Providence rimandò la cosa per mesi. Un sottile terrore gli serpeggiava
nell’animo riuscendo ogni volta, sul più bello, a bloccarlo. Ma il dottor Benedikt, con cinismo da scienziato, continuò a incalzarlo, implacabilmente. Alla fine ebbe ragione dei timori del suo paziente. Il 22 novembre 1963 Providence Providence si trovò a uscire dalla toilette del Lincoln Center di Seattle con il viso arrossato, la camicia fuori dai pantaloni e, nell’animo, l’impressione di esser tornato alla vita. Erano le 12 e 30 del mattino. In quel preciso istante un proiettile spappolava il cranio di John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America.
Con cortese ma ferma decisione i dottor Benedikt si rifiutò sempre di commentare il
singolare epilogo del “caso Providence”. Però è noto come, qualche mese dopo i fatti raccontati, abbandonò improvvisamente i suoi pazienti e la sua attività universitaria per ritirarsi a vita privata nella sua residenza estiva di Corfe. Lì lavorò per anni e anni silenziosamente, all’opera che nelle sue intenzioni doveva dire la parola definitiva sulla sindrome Boodman. I pochi che poterono frequentarlo in quel periodo testimoniano di un suo progressivo decadimento fisico e psichico. Tutti sono concordi nel testimoniare che cadde vittima di violente angosce e di prolungate crisi depressive. In particolare, maturò una fobia impressionante per l’atto di scrivere: era letteralmente terrorizzato dall’eventualità di fare errori di ortografia, ai quali attribuiva enormi e distruttivi poteri maligni. Divenne incapace di scrivere, materialmente, alcunché: inorridiva davanti a una macchina da scrivere e non poteva sopportare la vista di una matita o di una penna. Si dovette ricorrere a una dattilografa che scrivesse sotto dettatura. A questa particolare circostanza, la già citata monografia del professor Adelgrass dedica un intero capitolo, il penultimo. Vi si adombra l’ipotesi, suffragata da alcune testimonianze, che il dottor Benedikt non fosse esente da un principio di sindrome Boodman, e che sostenesse di aver smesso di scrivere dal giorno in cui, per una semplice svista di ortografia, aveva causato il ribaltamento di un bus delle linee londinesi e il conseguente decesso di sei persone. Tale tesi è stata peraltro radicalmente ridimensionata da un saggio di Goddark pubblicato due anni fa in Inghilterra. Le polemiche che ne nacquero hanno trovato sufficiente eco nell’ambiente da rendere inutile, qui, il ricordarle. Sta di fatto che il libro a cui i dottor Benedikt lavorò negli ultimi anni ci è giunto nella forma di seicentotredici cartelle dattiloscritte e senza l’ausilio di appunti preparatori o chiarificatori.

Come è stato unanimemente rilevato dagli studiosi, trattasi di un testo in larga parte incompleto, abbozzato e rapsodico. I pochi passi dotati di una sufficiente disciplina logica risultano incomprensibili o insignificanti. Molte sono pagine palesemente prive si senso compiuto.
A dispetto di tutto ciò, la sindrome Boodman è ormai ufficialmente accettata dalla
comunità scientifica e appare in tutti i principali testi di storia della psichiatria. Sottoposte a parziali e secondarie revisioni, le teorie del dottor Benedikt rappresentano ancor oggi lo strumento migliore per studiarla e curarla. Molti allievi che su di esse si sono formati svolgono intensa attività terapeutica in tutto il mondo, ottenendo rassicuranti risultati. Un premio Benedikt è stato quattro anni fa fondato a Copenaghen per premiare i più brillanti esiti terapeutici. È curioso annotare come proprio quest’anno sia stato assegnato al dottor Grammy, nipote per via materna del più volte citato giudice Boodman.

Quanto al dottor Benedikt, si è ucciso con del veleno per topi il 26 aprile 1986 (non è mancato chi ha notato una singolare coincidenza con il disastroso incidente incorso, quel giorno, a una centrale nucleare sovietica, in località Chernobyl). Prima di togliersi la vita, il dottor Benedikt scrisse di suo pugno – e con una meticolosa lentezza che non è difficile intuire dalla pulizia quasi infantile della grafia – un breve biglietto. Ne pubblichiamo qui, per la prima volta, il testo integrale: “La chiave del garage è nel secondo cassetto a destra, in cucina. Salutatemi la signora Podder e ringraziatela per le gardenie. Il mio numero di telefono è 4423-8781. Il mio nome è Benedikt. Can-caminin can-caminin spazzacamin. Andate in culo tutti.  In culo, in culo, in culo. Vivere è un casino. Morire non sarà più difficile che bere un bicchiere d’acqua”.

 

Commenti  

 
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