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C'è posta per me (di Guido Lamonaca)
Gli articoli - I racconti
Wednesday, 24 July 2013 14:30
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Improvvisamente suona il campanello. Mi tiro su dal letto ancora mezzo addormentato. Forse ho sentito male. Aspetto un attimo, poi ecco di nuovo il suono del campanello giungere alle mie orecchie.  Scendo dal letto con i miei boxer arancioni e a piedi nudi mi dirigo verso la porta di casa...

La apro e scorgo oltre lo zerbino un tizio con un impermeabile grigio e un cappello anch’esso grigio, mezzo calato sul volto, in piedi con una busta bianca in mano.

“C’è posta per te” sussurra porgendomi la busta. La prendo leggendo sul retro l’indirizzo della mia abitazione. La apro e tiro fuori un biglietto su cui è scritto il mio nome. Sono sorpreso perché oltre al mio nome non c’è scritto altro. Vorrei chiedere spiegazioni al tizio che però nel frattempo si è già dileguato. Inizio ad agitarmi. Cosa vorrà dire quel biglietto? Perché è stato consegnato proprio a me? Chi era quello strano tipo che mi ha portato la busta? Domande alle quali non posso rispondere. Decido di vestirmi e uscire a prendere una boccata d’aria: forse ho soltanto bisogno di respirare un po’, forse sto ancora dormendo e questo non è altro che un sogno.

Appena uscito dal portone in strada noto una stranissima cosa. Davanti a me camminano distratti, quasi senza accorgersi della mia presenza, tanti uomini vestiti con impermeabili grigi e cappelli grigi calati sul volto come l’uomo che mi ha consegnato la busta poco fa e la cosa più strana è che anch’essi hanno una busta in mano. Guardo oltre la strada, verso la piazza e anche sul ponte della sopraelevata ma vedo soltanto uomini vestiti allo stesso modo. Non c’è in giro nessuno che non porti quella specie di divisa. Sono sconfortato e oltre modo agitato. Capisco che c’è qualcosa che non va e spero davvero che tutto questo sia soltanto un sogno. Ma non c’è nessun risveglio, nessuna fuga dal presente che mi appare sempre più strano e inquietante. Non vorrei dare nell’occhio anche se gli altri sembrano non accorgersi di me. Ma mi rendo conto che sono l’unico ad essere diverso. Così decido di entrare in un negozio di abbigliamento e prendermi un impermeabile grigio esattamente come quelli che si vedono in giro, compro anche un cappello grigio come l’impermeabile. Ecco adesso mi sento già meglio. Poi distrattamente infilo le mani in tasca e mi accorgo che in quella di destra c’è una busta. Sopra c’è scritto un indirizzo. Sembra uguale a quella che il tizio mi ha consegnato prima. La situazione si fa sempre più difficile da decifrare e non so cosa fare. Decido allora di consegnare la busta al destinatario: forse potrà rispondere alle numerose domande che in questo momento affollano il mio cervello, forse riuscirò a chiarirmi le idee.

Ho raggiunto quell’indirizzo e suonato al campanello. L’attesa non è lunga, ma quando vengono ad aprirmi, non credo a quello che vedo. Davanti a me oltre lo zerbino ci sono io. Non qualcuno che mi assomiglia ma esattamente un altro me stesso con i boxer arancioni come i miei, a piedi nudi e l’aria assonnata e stanca di uno che si è appena svegliato. Inizio a capire. Gli porgo la busta sussurrando “C’è posta per te.” Poi mi tolgo impermeabile e cappello e glieli do. L’altro me stesso ora è visibilmente agitato e credo che vorrebbe farmi delle domande ma è pietrificato, forse dalla paura. Io intanto mi sono spogliato completamente, dando all’altro me stesso tutto quello che avevo indosso. Infine lo lascio senza parole ed esco in strada. Sono nudo, spogliato da tutto quello che mi era stato cucito addosso sulla pelle e anche sotto. Ora gli uomini in impermeabile mi vedono e si fermano: iniziano ad avere paura di me. Si allontanano, alcuni di loro fuggono. Tanti me stesso appesi a quella esistenza, a quel grigiore. Tanti me stesso fuggiti via dalla mia vista e da una penna che vorrebbe ancora dettare lei le regole del gioco. Ma io cerco di cambiarle insieme ad una storia in cui nasco solo come uno dei tanti, uno tra tanti. Improvvisamente mi rendo conto che non è solo una storia, questa è la vita, la mia vita. Allora mi fermo sconcertato, consapevole di tutto questo, e  con un ultimo impeto di rabbia grido a squarciagola:

“Smettila di scrivere quello che sto facendo. Io non mi arrendo e rivoglio la mia identità!”

Poi mi allontano in cerca di ciò che non è mio, sperando proprio di trovarlo oltre la parola fine.

 

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