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Visioni variopinte (di Hamza Zirem, Arduino Sacco) - recensione di Lucianna Argentino
Gli articoli - Le recensioni
Wednesday, 29 May 2013 08:44
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C’è molto in questo ultimo lavoro poetico di Hamza Zirem. Non parlo certo di quantità, ma delle infinite sfumature della sua scrittura che raggiunge il lettore attraverso gli echi e le suggestioni che crea...

 

Si avverte che lo sguardo del poeta è come quello del fotografo che dirige il suo obiettivo verso particolari non immediatamente visibili e che solo per mezzo di un sapiente gioco di luci e ombre riesce a svelarne il nome nascosto e a restituircelo arricchito dalle sue intuizioni. La poesia è un modo di vivere e di esprimere il reale nella sua totalità visibile e invisibile attraverso il corpo, attraverso tutti i sensi. E Hamza Zirem ci accompagna in questo viaggio dentro se stesso, dentro le sconosciute regioni della sua anima in cui è possibile incontrare qualcosa che appartiene anche a noi, qualcosa che ha il nostro stesso volto. In questo sta la forza della poesia quando è sentita e vissuta con l’intensità con cui la sente e la vive Hamza Zirem.

In “Svolazzo” il poeta scrive: “mi fracasso la mente per arrivare/ seguo mentalmente un volo merlato/ per riconquistare il ragionamento/ scrivo un libro con il sangue”, parole forti, esagerate potrebbe pensare qualcuno, ma chi scrive, chi fa poesia sa che è così se non altro prima, quando la poesia ancora si muove in noi come una massa informe da cui nascerà un universo variegato, come un embrione che darà vita alla poesia compiuta. “Dopo tanto cincischiare con le parole mi ha ripreso finalmente l’allegrezza dello scrivere poesia”, scrive Giacomo Leopardi in una lettera alla sorella Paolina. Allegrezza che è presente nella poesia di Hamza Zirem, la sua è come ha detto Sant’Agostino “un’anima che canta per mezzo del corpo che diviene strumento del canto”.

Non solo il corpo del poeta, ma il corpo dell’intero mondo con tutte le sue creature e il poeta ce lo dice attraverso la molteplicità della sua ispirazione poetica. Hamza Zirem sente la precarietà del nostro essere al mondo, delle nostre certezze, del nostro essere tutti, in qualche modo, degli esiliati (e chi meglio di lui può sentire questo?) e così fa della poesia la sua patria e con ogni poesia ne offre una a ciascuno di noi. Cerca di arginare le nostre “colpevoli incompiutezze”, come dice in un verso molto bello e incisivo della poesia “Dispiacere”.

La sua poesia vive di folgorazioni per la ricchezza delle immagini che rendono i suoi versi a volte spiazzanti per gli arditi accostamenti. Non parlerei di ermetismo, almeno non nel senso che comunemente si dà a questo termine di poesia oscura, chiusa. Le poesie di Hamza Zirem sono aperte, ariose (le immagino come i paesaggi della sua Algeria) e se il linguaggio che usa si fa oscuro è per manifestare l’indecifrabilità del reale e delle proprie stesse percezioni. La sua scrittura ha un carattere fortemente elusivo nella sintassi e nel lessico e non solo perché scrive in una lingua che non è la sua, ma perché attinge a piene mani dal suo immaginario interiore, dalla vita piena e ricca dell’inconscio e vive nella sua assenza di regole e restrizioni in un mondo di libertà espressiva di cui le sue poesie sono esempio vibrante. La sua è, infatti, una poesia che si propone più di evocare che di comunicare, si pone al di fuori di ogni dimensione spaziale e temporale perché ricorre alla tecnica dell’analogia che instaura tra le immagini poetiche e la realtà che esse vogliono evocare un rapporto libero da legami di tipo logico e razionale.

Per Hamza Zirem la poesia è, ancora, vivere con “un’autenticità particolare”: “Andarmene dal mio domicilio/ direzione la stradina delle stelle/ sollevarmi dalla terra al cielo/ con un’autenticità particolare”. Ed è quello che cercano di fare i poeti quando la loro autenticità restituisce alla parola poetica tutto il suo valore espressivo originario banalizzato dall’uso comunicativo quotidiano. In conclusione quella di Hamza Zirem è poesia vissuta come espressione più autentica e diretta degli aspetti più profondi e spesso misteriosi della vita umana e del mondo sensibile. (Lucianna Argentino)


ENIGMA

Mi dissolvo nel mio nascondiglio personale
sole in alta estate nell’isola della solitudine
il destino segreto consegna tanta tenerezza
sfoglio il mio mare e piango a mezzo ricordo
circolo di delirio in sogno intorno ai venti
esploro attorno per cercare un soffio vitale.

IGNORANZA

Tra armonia, luminosità e espressioni
copro la mia memoria incompetente 
sillabe di nebbia in terra cristallina
con la voce coltivata di contrassegni
ad ogni colpo geme la firma dell’oblio 
sono forestiero perduto nel mondo
in mezzo a pietre stimate e cielo brillante
la mia frivola vita è un asino tranquillo.

DISTACCO

Alla luna delicata e al tempo insolente
mi sono sperso, ho sostituito esistenze
mi sono incatenato un nuovo cammino
mi sapeva di madrepatria ogni paese
nella grande moltitudine dell’esilio.

Hamza Zirem è uno scrittore algerino nato in Cabilia nel 1968. Ha compiuto studi universitari di lingua e letteratura francese e ha insegnato per 15 anni nelle scuole superiori. Parallelamente al suo lavoro d'insegnante era impegnato in molteplici attività culturali, come la creazione di una casa editrice e la collaborazione al giornale Soummam News. Costretto a lasciare il proprio paese, ha richiesto asilo in Norvegia. Nel 2009 è stato ospite della Città di Potenza, nell’ambito della Rete Città-Rifugio per scrittori dell'organizzazione internazionale ICORN (International Cities Of Refuge Network). Lavora attualmente come mediatore culturale. Hamza Zirem è autore di una decina di libri, tra i quali La forza delle parole (Aracne, 2010) e Uno sguardo giramondo (LucaniArt, 2012).

ENIGMA

Mi dissolvo nel mio nascondiglio personale

sole in alta estate nell’isola della solitudine

il destino segreto consegna tanta tenerezza

sfoglio il mio mare e piango a mezzo ricordo

circolo di delirio in sogno intorno ai venti

esploro attorno per cercare un soffio vitale.

IGNORANZA

Tra armonia, luminosità e espressioni

copro la mia memoria incompetente

sillabe di nebbia in terra cristallina

con la voce coltivata di contrassegni

ad ogni colpo geme la firma dell’oblio

sono forestiero perduto nel mondo

in mezzo a pietre stimate e cielo brillante

la mia frivola vita è un asino tranquillo.

DISTACCO

Alla luna delicata e al tempo insolente

mi sono sperso, ho sostituito esistenze

mi sono incatenato un nuovo cammino

mi sapeva di madrepatria ogni paese

nella grande moltitudine dell’esilio.

 

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