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L'isola (di Guido Lamonaca)... tratto dalla raccolta Racconti o quasi...
Gli articoli - I racconti dei lettori
Tuesday, 14 May 2013 13:32
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I suoi occhi color nocciola, intensi e profondi di una vita che ha insegnato loro a vedere davvero, mi regalano la cosa più bella che io possa immaginare. La loro luce mi accarezza, mi avvolge, mi stordisce...

Vengo catturato dallo sguardo e dalla voce di questa donna bellissima e affascinante. Una donna che sorge come incanto dal nulla e si manifesta in tutta la sua dolce femminilità su questa spiaggia remota. Io ora esisto solo per lei, per quegli occhi. Tutto questo è un sogno che diviene realtà proprio quando temevo di essere stato condannato per l’eternità a vivere lontano dagli sguardi degli uomini.

Sbattuto su un’isola deserta in pieno oceano fuori dalle rotte conosciute. Dopo un naufragio che ha visto la mia nave affondare sugli scogli e i miei compagni di viaggio scomparire tra i flutti. Svegliarsi con il sapore dell’acqua di mare e grumi di sabbia in bocca su questa spiaggia fuori dal mondo in un angolo di paradiso la cui bellezza non può essere condivisa con nessuno. L’unica compagna fedele nelle giornate di sole è la mia ombra e l’unica voce amica che ascolto dall’alba fino a notte fonda è la mia. Nutrirsi di noci di cocco e delle poche radici che la terra mi offre perché vani sono i tentativi di mettere a frutto le poche conoscenze di caccia e pesca che ho. Addormentarsi con la sete nella gola e nella testa e una bocca così secca che a fatica si riesce a parlare perché l’acqua piovana raccolta è già finita mentre non c’è rimedio alla pelle cotta dal sole. Ripararsi dal freddo notturno in un anfratto roccioso alle pendici di un monte, mentre la pioggia scende copiosa e diluisce ogni cosa al suolo, nascondendone i contorni e i colori. Poi la solitudine, il cui peso ti schiaccia perché due gambe e due mani soltanto non sono sufficienti a sostenere le fatiche di una vita dove sopravvivere è più importante che vivere.

Ma il tempo passa e ci si abitua. Così mi ritrovo a camminare distratto lungo la spiaggia, intento a raccoglier conchiglie come se fossi in vacanza. Riesco persino ad accendere un fuoco a forza di provare così tante volte che i calli sulle mani sputano sangue. La sera davanti al fuoco, tenendo uno spiedo in mano, assaggerò quei pezzi di carne che io stesso ho cacciato e catturato grazie alle trappole di cui ormai sono diventato esperto. Poi sarà una coperta fatta di tela e foglie a proteggermi dal freddo di una notte stellata senza luna. E questa montagna non sarà più una presenza inquietante che incombe sopra la mia testa, ma solo un’altezza da scalare al centro del mio universo da cui contemplare il mondo tutto intorno. Potrei stare ore quassù a guardare le onde del mare infrangersi sugli scogli, cercando di non pensare. Ma i pensieri sono infidi perché trovano sempre il modo di insinuarsi tra le pieghe della mia mente. E tra questi è la solitudine che più mi angoscia, l’assenza di un altro essere umano, di una persona con cui parlare, con cui gridare, con cui lottare. Quanto vorrei qualcuno accanto a me, quanto mi manca una donna, una compagna da abbracciare. Mi manca la sua presenza, la sua dolcezza, la sua vista.

Ecco, ora i suoi occhi nocciola mi cercano con meraviglia e con la stessa meraviglia i miei provano a rispondere. Lei è lì davanti a me come in un sogno. La sua mano prende la mia con un gesto carico di tenerezza e mi guida verso di sé fino a sentirla davvero vicina nell’intimità di un contatto, di un respiro, di un sussurro. Le passo una mano tra i capelli e respiro il profumo del suo corpo. Questo attimo sembra destinato a non finire, a rimanere immobile nella sua fascinazione, come la vita privata della sua caducità, come la neve di un ghiacciaio che lentamente si accumula e rimane nei secoli a venire.

Poi il risveglio.

Lei è ancora qui, distesa sul letto accanto a me e respira profondamente nel sonno mattutino. Mi alzo senza far rumore, prendo i miei vestiti, appoggiati sulla sedia e vado in bagno a farmi una doccia. Mentre l’acqua scorre, scorre via anche la sabbia di quell’isola in cui ero stato relegato dalla mia immaginazione. Un’isola che si è sciolta come neve al sole, scomparendo nel buio del mare che mi circonda, ma resta ancora l’incontro con quella donna che affiora come nebbia dal passato. In cucina sorseggio un caffè forte mentre con un morso stacco un pezzo di torta che ho trovato sul tavolo, lasciato apposta per me da questa donna appena conosciuta, ma i miei pensieri sono già altrove: vanno alla lezione di oggi, alla mia classe, agli appunti che dovrò spiegare. A mente ripasso il capitolo sulla metrica, i vari tipi di strofe e gli accenti. Cerco di ricordare quel verso sdrucciolo che usavo come esempio per gli studenti, ma senza riuscirci. Già, i miei studenti, quei volti che sento così desiderosi e affamati di sapere mentre spiego loro le lezioni. Quegli occhi verso i quali anch’io ogni tanto ho desiderato di volare. Si è fatto tardi e devo uscire di casa. Con qualche difficoltà raggiungo finalmente la stazione di Portici e resto in attesa di prendere il treno per Napoli. Per fortuna ho sempre il mio bastone con me.

Ho trovato un posto a sedere. Cerco nella cartella che ho portato il taccuino degli appunti. Ma ecco che qualcosa risveglia la mia attenzione. Davanti a me si è seduta una giovane donna: sento i suoi occhi addosso e la voce che chiede se ho bisogno d’aiuto. Quella voce è così bella e luminosa che mi viene voglia di abbracciarla e comincio a parlarle. Sento il suo corpo, la sua dolcezza e ne vengo rapito. Non so più chi sono, cosa ci faccio qui, chi è la giovane seduta davanti a me. Tutti i miei pensieri vengono annullati da questo splendore, dalla sua presenza che ora risveglia in me antichi istinti vissuti. Così, seguendo le regole del gioco, ancora una volta ripercorrerò un sentiero già tracciato che mi condurrà su un terreno a me familiare: quel terreno, oltre gli occhiali neri che indosso, in cui caccerò, in cui le mie mani affonderanno per afferrare i pesci e in cui alla fine catturerò la mia preda e con lei la sua vista. E ancora una volta l'isola della fantasia sorgerà dal mare calmo e piatto della mia vita e lo scoglio della solitudine, al quale aggrappare le illusioni e i miei desideri, sarà lì ad aspettarmi.

Solo così i miei occhi potranno toccare i suoi e riappropriarsi di quella luce che da anni mi ha abbandonato.

(tratto da Racconti o quasi. Pillole metropolitane contro il mal di mare di Guido Lamonaca)

 

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