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"Intrighi e Nobiltà" di Luigi Imperatore (recensione di Sonia Argiolas)
Gli articoli - Le recensioni
Mercoledì 20 Ottobre 2010 09:32

Forse amo gli intrighi un po’ meno la nobiltà, di sicuro non amo particolarmente i gialli.
O, in genere, non adoro i libri di genere (amo le parole che fanno a botte, però).

Tutta questione di gusti, come sempre. Per andare contro me stessa, ho preso tra le mani questo piccolo libro, genere giallo, copertina anch’essa gialla.

Ho incontrato tanti personaggi che soavemente calcavano le scene di questo piccolo paese di provincia. Un paesino normale, piccolo, dove poco e niente succede. La pioggia, una birra
al bar, una chiacchierata con gli amici, una bella ragazza. Storie raccontate, passati che diventano piccole leggende. Leggende che non passano.
E della natura del piccolo paese incontriamo tutti i pro e tutti i contro. Ogni evento, è destinato a produrre una eco. Grande o piccolo che sia l’evento, questo non rileva: l’importante è parlarne perché non c’è neanche un piccolo spazio per i segreti. Né un ripostiglio, né una cassetta di
sicurezza. Tutti sanno tutto di tutti e la privacy è collocata in un albero troppo alto per essere colta, un bene irraggiungibile.
Emerge repentinamente dalle prime pagine quella ancestrale e immortale linea di demarcazione tra le persone comuni (poveracci direbberro "nobilmente" i nobili) e i nobili. Linea di demarcazione che viene puntualmente tracciata (ahimè la storia insegna) dall’arroganza del conte. Figura, quest’ultima, che non appare ma che si impone. La prepotenza, d’altronde, non ha bisogno di
essere annunciata, si sa. Ma anche questo rientra nell’ordine naturale delle cose di quella vita.
La tranquilla quiete di questo ridente paesino, all’improvviso, subisce una
rottura. Una rottura segnata da un fatto di sangue. Un omicidio.
E da questo fatto, nel tiepido cielo di quella mite realtà paesana, iniziano vorticosamente, come uno sciame impazzito di api, a svolazzare mille domande, mille dubbi.
Dubbi che assillano e che, come una irrefrenabile catena di Sant’Antonio, generano altri dubbi, malignamente forieri di altri dubbi ancora.
In questo clima tetro, un gruppo di amici decide di svolgere indagini parallele a quelle ufficiali.
Un po’ perché la vittima era un loro amico, ma anche per vivere un’avventura della quale forse avevano bisogno come di un bene che non sapevano, consciamente, di volere. Per andare avanti, per sentirsi eroi, per sfuggire alla monotonia loro continua compagna di vita.
Saranno loro che, senza mai vestire i panni dei supereroi televisivi, arriveranno alla soluzione del fitto mistero. Divengono eroi, credibilissimi eroi. I loro corpi non subiscono allucinate mutazioni, non indossano mantelli fluorescenti o inusuali abiti da scena: conservano la loro semplice identità.
Il tutto è raccontato da Imperatore con uno stile lineare, cristallino.
Mi è parso di vedervi, in qualche modo, le atmosfere di Camilleri, senza però che sia possibile individuare una abdicazione da parte dell’autore al proprio stile che rimane il Suo e solo il suo.
Gialli? Mai dire mai. 

Forse amo gli intrighi un po’ meno la nobiltà, di sicuro non amo particolarmente i gialli.
O, in genere, non adoro i libri di genere (amo le parole che fanno a botte, però).

Tutta questione di gusti, come sempre. Per andare contro me stessa, ho preso tra le mani questo piccolo libro, genere giallo, copertina anch’essa gialla.
Ho incontrato tanti personaggi che soavemente calcavano le scene di questo piccolo paese di provincia. Un paesino normale, piccolo, dove poco e niente succede. La pioggia, una birra
al bar, una chiacchierata con gli amici, una bella ragazza. Storie raccontate, passati che diventano piccole leggende. Leggende che non passano.
E della natura del piccolo paese incontriamo tutti i pro e tutti i contro. Ogni evento, è destinato a produrre una eco. Grande o piccolo che sia l’evento, questo non rileva: l’importante è parlarne perché non c’è neanche un piccolo spazio per i segreti. Né un ripostiglio, né una cassetta di
sicurezza. Tutti sanno tutto di tutti e la privacy è collocata in un albero troppo alto per essere colta, un bene irraggiungibile.
Emerge repentinamente dalle prime pagine quella ancestrale e immortale linea di demarcazione tra le persone comuni (poveracci direbberro "nobilmente" i nobili) e i nobili. Linea di demarcazione che viene puntualmente tracciata (ahimè la storia insegna) dall’arroganza del conte. Figura, quest’ultima, che non appare ma che si impone. La prepotenza, d’altronde, non ha bisogno di
essere annunciata, si sa. Ma anche questo rientra nell’ordine naturale delle cose di quella vita.
La tranquilla quiete di questo ridente paesino, all’improvviso, subisce una
rottura. Una rottura segnata da un fatto di sangue. Un omicidio.
E da questo fatto, nel tiepido cielo di quella mite realtà paesana, iniziano vorticosamente, come uno sciame impazzito di api, a svolazzare mille domande, mille dubbi.
Dubbi che assillano e che, come una irrefrenabile catena di Sant’Antonio, generano altri dubbi, malignamente forieri di altri dubbi ancora.
In questo clima tetro, un gruppo di amici decide di svolgere indagini parallele a quelle ufficiali.
Un po’ perché la vittima era un loro amico, ma anche per vivere un’avventura della quale forse avevano bisogno come di un bene che non sapevano, consciamente, di volere. Per andare avanti, per sentirsi eroi, per sfuggire alla monotonia loro continua compagna di vita.
Saranno loro che, senza mai vestire i panni dei supereroi televisivi, arriveranno alla soluzione del fitto mistero. Divengono eroi, credibilissimi eroi. I loro corpi non subiscono allucinate mutazioni, non indossano mantelli fluorescenti o inusuali abiti da scena: conservano la loro semplice identità.
Il tutto è raccontato da Imperatore con uno stile lineare, cristallino.
Mi è parso di vedervi, in qualche modo, le atmosfere di Camilleri, senza però che sia possibile individuare una abdicazione da parte dell’autore al proprio stile che rimane il Suo e solo il suo.
Gialli? Mai dire mai.

a cura di Sonia Argiolas

 

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