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Il mio nome è rosso (di Orhan Pamuk) - recensione di Davide Dotto
Gli articoli - Le recensioni
Lunedì 28 Marzo 2011 13:20

Raffinato Effendi non si aspettava di morire, di essere ucciso. Era attaccato alla vita con passione ed energia. Non è stato un bel modo di andarsene, ci dice, si è aggrappato al suo ultimo istante con le unghie, poi si è lasciato andare. Chi è stato, e perché? Lo sa, ma non ce lo può confidare, non ha voce per sussurrare un nome. Si dispera perché lì dov’è, in fondo al pozzo, lo crederanno a bighellonare chissà dove, a perdere tempo. Lo credono vivo e il suo assassino è a spasso.

Questo l’incipit: “Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo”. Solo ora che tutto è finito capisce di essere stato felice e forse di non averlo apprezzato abbastanza. Quasi le stesse parole di Kemal, con le quali inizia IL MUSEO DELL’INNOCENZA, altro notevole romanzo di Pamuk. Le cose le valorizziamo e ce le ricordiamo solo quando appartengono al passato. Una storia amiamo sentircela raccontare più che viverla di persona. Ecco perché scongiuriamo le Muse di aiutarci, di ricordare, di riportare a unità ciò che ci appare solo a frammenti, di ricomporre il tutto: in UN POEMA, dentro un ROMANZO e perché no? raffigurandocelo in una MINIATURA. “Poesia e disegno, colore e parola sono fratelli, lo sai”. No, non lo sapevo. Semplicemente lo davo per scontato. E perché non aggiungere la scultura e il teatro?

“Prima di nascere avevo alle spalle un tempo illimitato. Un tempo che non sarebbe finito nemmeno dopo la mia morte” dice Raffinato Effendi. E’ lo stesso pensiero che ottenebrava la mente di Marta, un personaggio bufaliano de “La diceria dell’Untore”(1981), poco prima della morte. Stessa intuizione, davanti alla morte che la guarda, l’aspetta, le fa un cenno. Un dato che possiamo dare per acquisito, cui però da vivi non si pensa nemmeno. Come nella CASA DEL SILENZIO in ogni capitolo ciascun personaggio prende la parola e ci conduce nella narrazione, dentro la storia. Non parlano solo i vivi o i morti, ma anche i disegni: un cane, un cavallo, un albero. Anche l’assassino, che non intende rivelarsi. Preferisce raggirarsi tra le pagine come un fantasma. Potrebbe essere chiunque degli altri. Lo si individuerà solo alla fine.

Come Cen nella “Condizione umana” di Malraux, l’assassino non riuscirà ad abituarsi ad avere ucciso. Ce lo dice. Guarda gli altri visi e li vede innocenti, o innocenti considerano essi loro stessi. Ma solo gli stupidi sono innocenti, dice al lettore in un impeto di rabbia, senza troppa convinzione. Eppure quanto felice era prima, quando non aveva ancora ucciso. Felice e incosciente di esserlo: come Kemal, come Raffinato Effendi, come tutti gli altri. Questa la chiave: essere felici è sapere di non aver bisogno di felicità (parafrasando Seneca). E' questo il segreto delle anime semplici.

Un giorno il Sultano chiede che del suo nome si faccia una Miniatura, che si parli anche di lui dentro i meravigliosi segreti che quell’arte è capace di nascondere. Non è cosa da poco, non basta il singolo pittore, è come erigere una piramide. Un monumento funebre: è questo che vuole? La perfezione esige sempre i suoi tempi e i suoi sacrifici. Ci si deve immedesimare con l’occhio del Creatore, che dà forma alle cose, le crea seduta stante. Ma un disegno è solo un disegno. Si deve capire che è solo un disegno. Se ci si immedesima troppo si commette blasfemia, ci si prostra davanti all’uomo, al pittore, o al ritratto. Al Sultano. Semplicemente a un uomo. “L’uomo è una creatura così importante da ritrarlo in tutti i suoi dettagli, compresa l’ombra?” È il Sultano a volere e a finanziare il libro. E’ a causa dei disegni che esso dovrà contenere che i miniaturisti si uccidono tra loro, si dice, “per i soldi o perché, Allah non voglia, bestemmiano contro la nostra religione”.

Il colore deve essere quello giusto. Soprattutto il Rosso, il colore della divinità, della vita e degli spasmi del cuore, dell’inchiostro del calamaio e del sangue, “delle passioni che fortificano”, del colore che hanno gli occhi al tramonto, stanchi per tutto quel dipingere, fino a divenire ciechi, condizione sublime per vedere che nel Nulla, nell’Ombra si nasconde qualcuno: la divinità, colorata di rosso.Cosa mai significa leggere un disegno o magari una lettera (senza saper leggere e scrivere?). Esther non sa leggere e scrivere, eppure intuisce cosa sia scritto – detto – in una lettera che ha intercettato. Si può leggere una lettera come si sonda l’espressione del viso di chi parla: è sincero o no? Una lettera la puoi annusare, toccare, palpare. “Le persone intelligenti dicono (di una lettera): vediamo cosa dice. Le persone stupide dicono invece: vediamo cosa scrive. L’abilità sta nel leggere tutta la lettera, non solo il testo”, sta nell’andare al di là delle parole. Chi non sa leggere e scrivere è come un cieco, un cieco dai sensi sviluppatissimi: percepisce molte più cose. E questo è il segreto del maestro miniaturista che deve fingersi cieco, fingere di non vedere, di non percepire, per andare oltre. Le miniature degli artisti ciechi sono le più perfette, non più prigioniere delle forme visibili. E’ loro possibile non soffermarsi sulle brutture del mondo e di non esserne distratti o, peggio, traviati. Può invero disegnare ricorrendo alla memoria in modo puro le meraviglie di Dio. Qui la "diva", la "Musa" parla al cuore. La cecità è il buio, ma il buio è popolato, si nasconde sempre qualcuno, la promessa di un'armonia universale, per tutti.

La miniatura perfetta rende superflua la lettura. Non è forse questo il peccato d’orgoglio del Maestro che in un anno ha preparato e fatto preparare le miniature e non ha ancora scritto un rigo di testo del libro?

Sfidare l’arte e ciò che essa ha di divino non può che portare a gravi conseguenze. Il re nemico ti dichiara guerra, vieni imprigionato e ucciso, il destino ti si rivolge contro. Il filo che ti sosteneva si è sfilacciato. Il Burattinaio che si nasconde nell’Ombra ha tirato la corda.

(recensione di Davide Dotto)

 

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