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Asia non esiste (di Emanuele Cioglia) - recensione di Maria Giovanna Turudda
Gli articoli - Le recensioni
Wednesday, 04 July 2012 18:09
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Ritorna con Asia non esiste il commissario Solinas e ritorna il tema di un serial killer che, un po’ come nei due romanzi precedenti (Il Mozzateste - 2006 - e Tranquillo come una salma - 2009), non svela per buona metà del romanzo il suo profile criminale. L’assassino distribuisce le sue tessere, enigmatiche, equivoche, a caso, senza definire una tipologia preferenziale per le vittime.

C’è una metodologia, però, che le lega e che guiderà il commissario dalla testa gattesca verso la soluzione. Il killer agisce d’impulso, all’improvviso, sull’onda dello stato d’animo che sta vivendo al momento, per cui i tasselli  (le vittime) sono briciole disperse, apparentemente senza causalità, ed è questo che blocca ogni ragionamento, che determina inquietudine, confusione, sconcerto, scoramento e, infine, un senso di impotenza nelle istituzioni e in Libero. In realtà, una motivazione c’è, com’è logico, ed è profonda, rabbiosa, dettata da un’impotente ribellione all’ordine imposto, alla violenza vestita di normalità, al sopruso nascosto sotto abiti eleganti e volti di porcellana. Si determina una situazione ossimorica, quella dei suicidi felici, morti repentine di persone al culmine dello splendore, di rifiuto della vita da parte di individui, i più diversi per categoria sociale, età, sesso, dall’orizzonte azzurro ed infinito. Fatti inspiegabili che sembrano non avere una logica interna, un filo rosso che li unisca, che li raccordi contribuendo a delineare un “piano” scellerato, un disegno criminale. La logica c’è ed è determinata da una esigenza lucida, consapevole, suggerita da una disperata solitudine, dal desiderio di reagire in incognito ad una immutabilità che paralizza, all’impotenza che non riesce ad opporre apertamente l’ insubordinazione alla repressione, l’ordine al caos, l’urlo al silenzio. Solinas, individuo di per sé scombinato, stravagante, eccentrico quanto il nome fa supporre sia nel suo mondo professionale sia in quello domestico che sentimentale, ormai anziano leone in lotta perdente (inizialmente) contro il fantasma di una mente indefinibile, agìta da un invidioso desiderio di castigo, da una nemesi centrifuga, tenta l’individuazione di una logica che pretende sacrifici umani che altri vorrebbero liquidare  come gesti isolati, al più d’emulazione, perché solo così il mondo sarebbe più facile, comprensibile e perché sotto molti punti di vista il suicidio è più rassicurante ed economico dell’omicidio, tanto più se seriale. Solinas sosta davanti alle vittime come davanti alle stazioni di una via crucis che è anche personale perché la mente che le dissemina per la città lo agita, ne pervade l’esistenza, ne acuisce la disistima e il senso di frustrazione. Libero si sposta così da un capo all’altro di Cagliari, dal Poetto a Stampace, da via Canelles all’hinterland misurandosi con realtà estremamente differenziate di cui il suo sguardo dorato coglie gli aspetti più deprimenti o poetici (al di là delle brutture, egli riesce a cogliere lampi e balenii di tenerezza, di abbandono emotivo, di resa alla bellezza o ad una ruvida ‘humanitas’ soffocata nel suo universo domestico e nel rapporto professionale (rapporto con Carla e col medico legale) ma messa a nudo dalla scoperta della inusitata realtà che è all’origine dei fatti delittuosi.

Cagliari al tramonto, di notte, all’alba, la Cagliari delle botteghe artigiane o delle boutiques glocali, il Largo e il serpentino labirinto di Castello in cui miseria e nobiltà giocano a tresette in partite che non contemplano vincitori, lo stagno e il porto, i miasmi e i profumi, i sottani e i palazzi storici restii ad arrendersi al tempo e all’imborghesimento passano il setaccio dello sguardo ora sornione o ironico o disperato o acuto o strabico o vacuo per le troppo Ichnusa ingurgitate per provare piacere o lenire il dolore o contrastare l’angoscia, del commissario che a priori rifiuta la semplificazione. Per Libero Cagliari, il serial killer, il suo rapporto con i colleghi e superiori e con la collega-amante Carla, sono realtà complesse, poliedriche, stratificate, multiple come il Cubo di Rubik (1974), che occorre riallineare in base al colore per risalire alla posizione originale e ristabilire l’armonia, o come il SudoKube (1984), che combina il principio del rompicapo di Rubik con la logica numerica. Per trovare l’origine del disordine, per ripristinare l’ordine e l’equilibrio ovvero l’armonia, Solinas deve riallineare il puzzle, individuarne il principio ordinatore, e, per fare ciò, mettere in gioco e a nudo se stesso, gli altri, la città  fino a quando arriva la soluzione per la quale Libero rischia la vita e in virtù della quale scopre una inedita  dimensione di sé. L’indagine, lunga nel tempo per i frequenti momenti di impasse di Libero e del serial killer, registra sofferenze individuali, disagi psicologici, condizioni border-line, tutti marchiati da un’impotente solitudine che solo nel finale riesce a coniugare i verbi della solidarietà, della comprensione, dell’indignazione. E’ in questa fase che l’anziano commissario sente per la prima volta l’istinto (e il rimpianto) della paternità ed è questo che riscatta l’inerzia e la depressione, la rabbia e il disgusto provati nel corso dell’indagine. L’anziano poliziotto ha, in questa fase, lo scatto, la prontezza e la crudeltà di una leonessa che vede minacciato il suo cucciolo. Per quasi tutto il romanzo, Libero è un uomo stanco, disilluso, senza orizzonti che vadano al di là della routine di un uomo alle soglie della pensione, anche sessualmente disincantato, proprio quando il cuore della Cagliari nobile registra l’assedio di un sotterraneo attivismo sessuale avido, sadico, insaziabile e incontenibile, che perfora le mura e i muri tarlati della città antica, là dove la Storia ha collocato le sue lapidi a ricordo di un passato illustre irripetibile. Libero e Cagliari sono i poli di questo romanzo dallo stile barocco, dal linguaggio ricco, fertile d’immagini metaforiche, produttore di giochi d’espressione; ma Libero è Cagliari, commissario e spazio per mesi immobili, ancorati ad una claustrofobica impotenza, divorati da un’inquietudine allucinata che non offre via d’uscita. C’è un continuo gioco di rifrazione fra Solinas e Cagliari, come in un labirinto di specchi deformanti che inchiodano e inducono alla disperazione. C’è , per fortuna, scampo ed è un filo d’Arianna imprevedibile che si offre e che pretende di essere seguito, restituendo a Libero l’opzione all’azione, il rifiuto della rassegnazione. L’ultima immagine col maestrale che ripulisce il cielo, che rende netto il profilo del panorama, acuti i profumi della macchia mediterranea, intenso il colore delle orchidee selvatiche destinate a restituire l’armonia e l’equilibrio cancellando ogni traccia del caos, segna il momento del ritorno di Libero a se stesso, della riconquista della volontà tarpata dalla disistima, dell’orgoglio di un atto di giustizia che, per uno come Solinas, Libero di nome e di fatto, non può, una volta tanto, essere quello canonico. Per una volta chirurgo, Libero libera Cagliari dalla patologia e la consegna ad una nuova identità.

(recensione di Maria Giovanna Turudda, Assemini 22 Maggio del 2012)

 

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